Una proposta anticonvenzionale

Intervento. Ancora sul «People’s Quantitative Easing». Negli Usa e in Europa ha favorito la finanza. Va invece applicata per redistribuire la ricchezza

Marco Bertorello e Christian Marazzi, il manifesto redazione • 5/11/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 788 Viste

La pro­po­sta di un quan­ti­ta­tive easing for the peo­ple è stata avan­zata lo scorso marzo da un gruppo di eco­no­mi­sti con una let­tera pub­bli­cata sul Finan­cial Times. Suc­ces­si­va­mente il nuovo lea­der labu­ri­sta Jeremy Cor­byn ha par­lato di people’s quan­ti­ta­tive easing. Noi l’abbiamo ripresa su que­sto gior­nale il 21 otto­bre. Vor­remmo ora recu­pe­rare tale pro­po­sta per appro­fon­dirla, entrando nel merito del ragio­na­mento a essa sot­teso, per­ché non resti uno slo­gan, ma possa rap­pre­sen­tare una cre­di­bile sfida nel dibat­tito economico-finanziario di que­sti tempi.

Gli obiet­tivi espli­citi del quan­ti­ta­tive easing (Qe) uffi­ciale sono due: da un lato l’aumento della liqui­dità in cir­co­la­zione per evi­tare la con­tra­zione del cre­dito e per aumen­tare il tasso di infla­zione; dall’altro lo sti­molo all’erogazione del cre­dito, e dun­que alla cre­scita del Pil, attra­verso l’acquisto di obbli­ga­zioni pub­bli­che e pri­vate e la ridu­zione del rischio su una vasta gamma di attivi non solo finan­ziari. Gli obiet­tivi impli­citi, invece, riguar­dano la sva­lu­ta­zione delle monete per age­vo­lare l’esportazione (in Europa e Giap­pone) e per ridurre lo spread dei ren­di­menti sui buoni del tesoro, faci­li­tando in tal modo la soste­ni­bi­lità del debito pub­blico nei paesi peri­fe­rici (Europa). Sotto que­sto pro­filo, paesi come l’Italia e la Spa­gna, in cui le ban­che sono grandi deten­trici di titoli sovrani, in que­sti mesi hanno potuto miglio­rare la loro forza cre­di­trice ven­dendo que­sti titoli alla Bce e libe­rando quindi i pro­pri bilanci.

Il con­tri­buto del Qe alla cre­scita eco­no­mica è però, secondo la mag­gior parte degli ana­li­sti, minimo. Negli Stati Uniti, secondo uno stu­dio recente di Cur­dia e Fer­rero della Fed, si aggira attorno a 0,26 punti per­cen­tuali. Il motivo risiede nel mec­ca­ni­smo stesso del Qe, in par­ti­co­lare nella inter­me­dia­zione ban­ca­ria che impe­di­sce alla liqui­dità creata e iniet­tata in cir­co­la­zione di «sgoc­cio­lare» nell’economia reale.

Rom­pere il cir­colo vizioso

Que­sto è par­ti­co­lar­mente vero in un periodo in cui i tassi di inte­resse sono già molto bassi, così come le aspet­ta­tive di cre­scita com­ples­siva (sta­gna­zione seco­lare nei paesi svi­lup­pati, raf­for­zata dalla dimi­nu­zione del tasso di cre­scita nei paesi emer­genti). Ne con­se­gue che l’aumento della liqui­dità in cir­co­la­zione ali­menta gli inve­sti­menti finan­ziari senza sti­mo­lare la domanda interna, ali­men­tando il cir­colo vizioso di «sta­gna­zione con finanziarizzazione».

L’effetto netto del Qe è quello di accre­scere la ric­chezza dei ric­chi senza alcun con­tri­buto all’aumento gene­rale dei red­diti. Dall’inizio della crisi e delle misure di Qe le disu­gua­glianze sono infatti cre­sciute ovun­que in modo spet­ta­co­lare. L’effetto ric­chezza c’è stato ma, appunto, si è con­cen­trato nel 10% più ricco. In par­ti­co­lare, il Qe non ha favo­rito l’aumento di inve­sti­menti infra­strut­tu­rali social­mente utili (allog­gio e tra­sporti, ma anche sanità e ricerca).

Più il Qe si pro­trae nel tempo, meno è effi­cace e, soprat­tutto, più dif­fi­cile è uscirne. Gli stessi Stati Uniti, dopo tre anni di Qe e di bassi tassi di inte­resse, si tro­vano di nuovo di fronte al pro­blema di evi­tare un aumento distrut­tivo dei tassi di inte­resse indotto dal disin­ve­sti­mento dal loro debito pub­blico da parte dei paesi emer­genti, in par­ti­co­lare della Cina (ma anche della Rus­sia, del Bra­sile, etc..). Non è esclusa, infatti, una rie­di­zione ame­ri­cana del Qe per con­tra­stare gli effetti della crisi dei paesi emer­genti sui paesi svi­lup­pati. In que­sto senso, il Qe da poli­tica mone­ta­ria non con­ven­zio­nale si sta rive­lando una poli­tica mone­ta­ria con­ven­zio­nale, desti­nata cioè a durare nel tempo. È quindi legit­timo porsi il pro­blema di un altro Qe, non convenzionale.

L’attuale Qe euro­peo, ad esem­pio, acqui­sta titoli pub­blici e pri­vati, con una matu­rità che può andare da 2 a 30 anni, per un valore di 1140 miliardi di euro, pari al 12% del Pil con­ti­nen­tale. Una tale ope­ra­zione può essere gra­tuita? Oppure com­porta una sorta di slit­ta­mento del rischio verso le auto­rità mone­ta­rie? Allar­gare la base mone­ta­ria attra­verso le ban­che cen­trali non con­sente di far spa­rire il rischio dal sistema. Qual­cuno addi­rit­tura para­gona le ban­che cen­trali coin­volte nel Qe alle bad bank, cioè a quelle strut­ture ideate appo­si­ta­mente per alleg­ge­rire i sistemi ban­cari dal far­dello dei cre­diti inca­gliati e dete­rio­rati. In entrambi i casi, acqui­sto di titoli con nuova moneta oppure crea­zione di appo­site strut­ture per con­vo­gliare cre­diti dif­fi­cil­mente esi­gi­bili, la spe­ranza è quella di allon­ta­nare i peri­coli, ma attra­verso la fon­da­men­tale garan­zia di auto­rità pub­bli­che. Alla logica pura­mente mone­ta­ria e finan­zia­ria segue sem­pre un anco­rag­gio alla realtà economica.

In entrambi i casi, quindi, la garan­zia pub­blica fini­sce per costi­tuire un poten­ziale ritorno al ver­sante fiscale, per quanto dila­zio­nato nel tempo. Il ruolo di garante di ultima istanza per la sfera pub­blica foto­grafa l’impossibilità di un pro­getto finan­zia­rio pri­vato strut­tu­ral­mente auto­suf­fi­ciente. Qui si apre una brec­cia per ipo­tiz­zare un diverso sbocco per l’alleggerimento quan­ti­ta­tivo, dato che c’è il rischio che l’intervento di una banca cen­trale si tra­sformi poi in un pre­lievo fiscale sulla col­let­ti­vità. Per­ché allora non ipo­tiz­zare che la Banca cen­trale for­ni­sca denaro diret­ta­mente ai cit­ta­dini oltre alla crea­zione di infra­strut­ture social­mente neces­sa­rie? Sfrut­tare l’espediente di crear moneta al fine di una redi­stri­bu­zione della ric­chezza volta a creare domanda e inve­sti­menti aggiun­tivi social­mente selezionati.

Risorse per il sociale

Il Qe uffi­ciale ha una sca­denza tem­po­rale per quanto attiene l’acquisizione di titoli, ma non esi­ste un rigido calen­da­rio per la neu­tra­liz­za­zione del pro­gramma di acqui­sti. Il pro­gramma può inter­rom­persi, ma non ne con­se­gue un ritorno alla quan­tità pre­ce­dente di moneta in cir­co­la­zione. Molti addi­rit­tura lo esclu­dono. Un Qe sociale potrebbe dare vita a un ven­ta­glio di offerte di denaro. Dal mutuo per la prima casa senza inte­ressi o per pre­stiti a tasso zero, fino a for­nire diret­ta­mente una somma a per­dere per i sog­getti social­mente più in dif­fi­coltà. Tale ope­ra­zione, con­si­de­rato l’attuale con­te­sto, non darebbe certo vita a feno­meni di infla­zione fuori con­trollo. Inol­tre un Qe sociale potrebbe for­nire risorse per un piano di opere per la messa in sicu­rezza dei ter­ri­tori e delle infra­strut­ture, un piano che potrebbe essere recu­pe­rato attra­verso un’imposizione fiscale sul fronte finan­zia­rio, cioè il prin­ci­pale bene­fi­cia­rio dei Qe convenzionali.

Que­sto pro­getto di Qe non con­ven­zio­nale non ha pre­tese riso­lu­tive per l’attuale crisi. Potrebbe per­fino neces­si­tare di una par­ziale mora­to­ria sui debiti sovrani dei paesi peri­fe­rici se dovesse sosti­tuire gli attuali Qe che, di fatto, stanno ridu­cendo di non poco il ser­vi­zio sui loro debiti di nuova emis­sione. Tante sono le con­trad­di­zioni in campo, ma per­lo­meno ha l’ambizione di pro­vare a spo­stare il bari­cen­tro del discorso eco­no­mico e poli­tico e, al con­tempo, di for­nire risorse, dun­que poteri, alle classi meno agiate, den­tro una logica con­flit­tuale che non può certo essere addomesticata.

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