L’appello di Obama a Russia e Turchia “Uniti contro il Califfato” Militari Usa in Siria e Iraq

Il presidente a Parigi media tra Putin ed Erdogan e cerca di allargare la coalizione. Oggi sì di Londra ai raid. “Strage di Assad nell’ospedale Msf”

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 2/12/2015 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 721 Viste

PARIGI. E’ la conferenza sull’ambiente, ma rullano i tamburi di guerra contro lo Stato Islamico. America, Inghilterra e Germania si uniscono alla Francia per alzare il livello dell’offensiva, chiamano Russia e Turchia a unirsi a loro. I maggiori partner occidentali della coalizione anti- Is mettono in campo più forze militari: dai commando speciali americani ai raid inglesi all’esercito tedesco. E’ il tema “parallelo” del summit di Parigi, segnato dalle stragi terroristiche del 13 novembre. Nella sua conferenza stampa conclusiva Barack Obama inizia proprio con un riferimento al massacro nel Bataclan, poi dedica ampia parte del suo discorso ai jihadisti dell’Isis. «Possiamo costruire uno sforzo crescente per distruggere l’Is – dice il presidente – per sventare attentati contro l’America e i suoi alleati, per raggiungere una soluzione politica in Siria e alleviare le sofferenze di quel popolo». Reduce da un incontro bilaterale col presidente turco Erdogan, Obama rivolge un appello a Turchia e Russia: «Concentratevi sul nemico comune che è lo Stato Islamico, appianate le vostre tensioni per unire le forze». E il capo del Pentagono, Ashton Carter, aggiunge: «Ankara deve fare di più contro il Califfato, la Turchia non ha controllato i propri confini da quando l’Is ha iniziato a crescere e svilupparsi».
Per ora l’appello di Obama non ha avuto seguito. Anzi, sembra che Vladimir Putin stia per estendere le sanzioni economiche contro Ankara – ritorsione per l’abbattimento di un jet militare russo – includendovi uno stop ai lavori per il gasdotto Stream. Ma Obama si dice convinto che Putin sia vicino a cambiare posizione, rispetto alla sua strenua difesa del regime di Assad, che ha portato i raid russi a colpire spesso l’opposizione siriana moderata. «Io credo – dice Obama – che Putin riconosce l’impossibilità di una soluzione militare. I russi sono intervenuti in Siria da più di un mese e la situazione sul terreno non è cambiata. Hanno perso un aereo passeggeri. Un loro caccia militare è stato abbattuto. Hanno avuto perdite umane. Putin ricorda l’Afghanistan, non ha voglia di impantanarsi in una guerra civile senza fine. La sua posizione su Assad si evolverà. Assad è illegittimo, non può unificare il paese dietro un governo di unità nazionale ».
Intanto l’elenco delle forze occidentali in Siria e Iraq continua a crescere. A Washington il segretario alla Difesa Ashton Carter annuncia l’invio di nuovi reparti speciali americani, sia nel Nord della Siria, sia in Iraq. La missione è triplice «effettuare raid e guidare le operazioni dell’aviazione; liberare ostaggi; catturare capi jihadisti». L’escalation non è esclusa visto che Carter dichiara: «Siamo pronti a rafforzare questa presenza se vediamo nuove opportunità». Resta fermo il principio che l’America non manderà “scarponi sul terreno”. Ma è un sottile confine quello che distingue l’invio di nuovi commando, i reparti delle forze speciali, dall’intervento di forze regolari dell’esercito. In parallelo, Obama a Parigi ricorda che si stanno muovendo Inghilterra e Germania. Il premier britannico David Cameron si prepara a in- cassare oggi il via libera del suo Parlamento per lanciare raid aerei sulla Siria (nelle zone controllate dai jihadisti). La votazione sta spaccando l’opposizione laburista, dalle quale potrebbero venire alcune defezioni in favore dei raid. Si rovescia la situazione rispetto al 2013: all’epoca era all’ordine del giorno il bombardamento di Assad per punirlo dopo l’uso delle armi chimiche contro la sua popolazione, ma il Parlamento inglese non diede a Cameron i voti necessari. Anche in Germania si avvicina un voto parlamentare, previsto per venerdì: darà il via libera ad uno sforzo militare in appoggio alla Francia, con l’intervento di 1.200 soldati, dei caccia Tornado, una fregata militare, e un raggio d’azione potenziale che potrà includere tutte le aree dov’è presente lo Stato Islamico, quindi ben oltre la Siria. Paese dove Israele compie raid in maniere sistematica. Ad ammetterlo è il premier Netanyahu, che spiega: «Vogliamo impedire il trasferimento di armi verso il Libano », dove è attivo Hezbollah. Mentre per quanto riguarda la Libia, il premier Matteo Renzi sostiene che «un intervento non è all’ordine del giorno», e annuncia di stare lavorando «a un evento internazionale sulla crisi di quel paese». Dell’argomento hanno parlato Gentiloni e Kerry a Bruxelles a margine del vertice Nato. L’idea, appoggiata dagli Usa, è di convocare entro la fine dell’anno una conferenza a Roma con tutti i protagonisti regionali per sancire la nascita del governo di unità nazionale libico e lanciare la missione Onu di Institutional Building guidata dall’Italia.
Intanto, in Siria almeno sette persone sono state uccise e decine ferite in un doppio attacco effettuato dall’esercito di Assad con barili-bomba sganciati da elicotteri del regime su un ospedale di Medici Senza Frontiere (Msf) in una località a nord est di Homs.

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