Istat: le ingiustizie della ripresa in un paese diseguale

Nel rapporto Benessere Equo e Sostenibile (Bes) il ritratto di un paese diviso e stremato dove aumentano le differenze di classe, geografiche, di genere, lavorative e generazionali

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 3/12/2015 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 617 Viste

Il benessere economico delle famiglie italiane è in aumento, ma non raggiunge i poveri, le donne, i disoccupati, i giovani e i precari. La ripresa c’è, ma è per pochi, mentre le disuguaglianze aumentano, soprattutto al Sud. Il rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile (Bes), presentato ieri dall’Istat, descrive la realtà di una crescita minima senza occupazione fissa, quella che conosceremo nei prossimi anni, in cui aumenteranno le disparità territoriali (Nord/Sud), di genere (le donne sono sempre meno occupate degli uomini), generazionali (lavorano di più gli over 55, sono precari o disoccupati i 25-49enni), di classe (i poveri relativi e assoluti diminuiscono appena, ma restano stabili), formative e dei saperi ( l’Italia è tra gli ultimi in Europa per investimenti su scuola e università, aumenta la dispersione scolastica, peggiora la cultura generale). Man mano che si percorre la penisola il lavoro, l’accesso ai saperi, ai diritti si fa ancora più precario. Questo è il racconto di vite precarie, sempre meno pagate, brutali per chi non ha reddito né tutele superstiti, in un paese diviso a più livelli, stremato da una crescita selettiva che aumenta le differenze di classe.

Sud disuguale
Il rapporto Bes usa una serie di indicatori che misurano la salute, l’istruzione, l’ambiente, le relazioni sociali, lo sviluppo del territorio e cerca di analizzare la complessità di un fenomeno come il benessere, cercando di non ridurlo ad un problema economico come succede invece con un parametro con il Prodotto Interno Lordo (Pil). Da questo schema, soprattutto sul tema della diseguaglianze socio-economiche che qui prendiamo in considerazione, è emerso quanto segue. Secondo il documento nel 2014 è aumentato il reddito disponibile (dello 0,7% nel 2013 e dello 0,1% nel 2014), e il potere d’acquisto. È cresciuta la spesa per i consumi e sempre meno famiglie mettono in atto strategie per contenere la spesa. Anche il rischio di povertà e la povertà assoluta diminuiscono, mentre aumenta la quota di individui che vivono in famiglie che hanno intensità lavorativa molto bassa, cioè dove le persone hanno lavorato meno del 20% del potenziale, arrivata al 12,1%.

«Il Mezzogiorno — sottolinea il documento — oltre ad avere un reddito medio disponibile decisamente più basso del Nord e del Centro, ha anche la più accentuata disuguaglianza reddituale: il reddito posseduto dal 20% della popolazione con i redditi più alti è 6,7 volte quello posseduto dal 20% con redditi più bassi, mentre nel Nord il rapporto è di 4,6». L’indice composto di reddito e disuguaglianza, sottolinea l’Istat, è leggermente più alto rispetto al 2013, ma di appena 0,2 punti (da 97,5 a 97,7). Anche l’indice del disagio economico aumenta leggermente, ma resta molto al di sotto del 2010.

Questo è lo scenario da stagnazione in cui cresce la «deprivazione». Il 15% della popolazione maggiore di 16 anni (il 20,6% della popolazione del Sud) non può permettersi di sostituire gli abiti consumati, un quinto non può svolgere attività di svago fuori casa per ragioni economiche, un terzo non può permettersi di sostituire mobili danneggiati. La deprivazione riguarda anche i più piccoli: un bambino su 20 vive in famiglie che non possono permettersi giochi per tutti i figli; il 7,7% non può permettersi di festeggiare il compleanno, né acquistare libri extrascolastici. Il 10,5% non partecipa alla gita scolastica (il 16% al sud), l’11% non dispone di uno spazio adatto per studiare.

Differenze di classe
Dopo i chiaroscuri percettivi o psicologici (ottimismo, soddisfazione sono le categorie usate dall’analisi), arriviamo alla lancinante materialità dei fatti. Quello che senz’altro cresce in Italia è il lavoro povero dove persiste il divario di genere. Certo, si è ridotto negli ultimi anni – annota il rapporto – ma il tasso di partecipazione delle donne al mercato del lavoro è tra i più bassi d’Europa: 69,7% di uomini occupati contro il 50,3% di donne. Per colmarlo dovrebbero lavorare almeno 3 milioni e mezzo di donne in più. Anche la qualità del lavoro è peggiore per le donne, più spesso occupate nel terziario e in professioni a bassa specializzazione (in particolare le straniere).

E veniamo ai giovani. Già nel rapporto Istat sull’occupazione a ottobre è emersa con prepotenza un’altra realtà del mercato del lavoro: in Italia cresce il tasso di occupazione dei lavoratori anziani over 55, mentre i lavoratori “giovani” tra i 25 e i 49 anni sono sempre più disoccupati o precari. La diminuzione del tasso di occupazione per i giovani dipende dalla difficoltà di trovare un impiego continuativo nel tempo. La condizione dei giovani è aggravata da una peggiore qualità del lavoro e da una maggiore paura di perderlo. Aumenta inoltre lo svantaggio del Mezzogiorno, l’unica area territoriale, dove l’occupazione diminuisce anche nel 2014 (tasso di occupazione al 45,3%) e dove è più bassa la qualità del lavoro.

In questo scenario persiste la dispersione scolastica (il 19,3% dei 18-24enni nel Mezzogiorno contro il 12% del Nord), mentre la quota di 30-34enni che hanno conseguito un titolo universitario è al 25,3% al Nord e al 19,7% nel Mezzogiorno. E si rafforzano le differenze di classe. I figli di genitori con titoli di studio elevati o professioni qualificate abbandonano molto meno gli studi, hanno minori probabilità di diventare Neet. Il titolo di studio conseguito continua a rivestire un ruolo cruciale nella crisi.

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