Accordo sul clima ancora in bilico La Francia tenta l’ultimo rilancio

La Conferenza di Parigi potrebbe essere prolungata oltre la scadenza di oggi. Laurent Fabius annuncia una nuova ipotesi di accordo

Stefano Montefiori, Corriere della Sera • 11/12/2015 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali • 948 Viste

PARIGI «Penso, cari amici, che ce la faremo». Intorno alle 21 Laurent Fabius, il ministro degli Esteri francese e presidente della COP21, l’uomo che la notte ormai negozia invece di dormire, si è presentato davanti all’assemblea plenaria per annunciare una nuova ipotesi di accordo: «Un testo ancora più corto del precedente, il che è una buona cosa» (siamo passati da 43 a 29 a 27 pagine). Le parole di Fabius hanno rilanciato le speranze dopo una giornata di ritardi e preoccupazione, la nuova bozza attesa per le 15 e poi annunciata per le 19 è arrivata alle 22. «Sulla base degli ultimi progressi, conto di presentare domani la mia proposta di testo finale», dice comunque Fabius. Il che, considerato il pessimismo delle ultime ore, è già un colpo di scena positivo.
Dopo le epocali e solenni dichiarazioni dei 150 capi di Stato che lunedì 30 novembre avevano aperto la conferenza, nessuno vuole un nulla di fatto o — il che sarebbe più o meno la stessa cosa — una dichiarazione finale piena solo di vaghi principi. Visto che in gioco ci sono impegni concreti che potrebbero vincolare tutti i Paesi del mondo per molti anni, ogni punto è allora oggetto di trattative molto dure.
La conferenza sul clima avrebbe dovuto chiudersi entro oggi alle 18, ma siamo in ritardo sulla tabella di marcia. Molti, per esempio nella delegazione cinese, sono convinti che si continuerà anche nel weekend, anche se i francesi spingono per rispettare i tempi in modo da non dare un’impressione di fallimento.
«Ci sono ancora delle difficoltà», aveva riconosciuto nel pomeriggio di ieri il presidente della Repubblica François Hollande, che sul successo della COP21 organizzata dalla Francia ha investito molti mesi di lavoro e tutto il peso politico del Paese. «I problemi riguardano la ripartizione dei finanziamenti, poi ci sono ancora delle resistenze riguardo alla presa in conto delle perdite e dei danni, e anche la preoccupazione di non prendere degli impegni troppo lontani nel tempo». Insomma gli snodi fondamentali della lotta al riscaldamento climatico.
Al cuore di tutto lo scontro tra Paesi del Nord e del Sud, ovvero tra coloro che hanno inquinato per primi e adesso disporrebbero delle tecnologie per non farlo più, e quanti sono nel pieno della loro industrializzazione e non vogliono fermare lo sviluppo. «Un accordo durevole non può essere trovato diluendo le responsabilità storiche e mettendo sullo stesso piano gli inquinatori e le loro vittime», ha detto il ministro dell’Ambiente indiano Prakash Javadekar. L’India, seguito da Arabia Saudita e Venezuela, è giudicato il Paese che oppone la maggiore resistenza, perché chiede con più forza che siano i Paesi occidentali a sostenere il costo della progressiva transizione dalle energie fossili a quelle rinnovabili. Un principio che era stato fissato dalla convenzione dell’Onu del 1992 con l’espressione «responsabilità comune ma differenziata», più volte evocata in queste ore dai Paesi in via di sviluppo e emergenti.
Il Nord accetta il principio di aiutare in Sud con il trasferimento di tecnologie e soprattutto con i soldi, ma quanti? I 100 miliardi di dollari l’anno promessi a partire dal 2020 devono essere considerati, secondo i Paesi del Sud, non come un tetto ma un punto di partenza rivisto periodicamente al rialzo.
C’è poi la questione dei gradi di riscaldamento climatico considerati accettabili: gli impegni presi finora dai singoli Paesi comportano 3 gradi centigradi in più rispetto all’era pre-industriale, e questo nei prossimi decenni sarebbe catastrofico. L’obiettivo minimo da raggiungere è quindi un contenimento a 2°, ma i Paesi insulari (sostenuti da Italia e Francia tra gli altri) chiedono un ulteriore abbassamento a 1,5°. Nella bozza di ieri sera l’articolo 2.a prevede allo stesso tempo l’obiettivo di un riscaldamento climatico da contenere «ben sotto i 2°», e il «perseguimento di sforzi per limitare l’aumento della temperatura a 1,5°» (in sostanza, così vincerebbe il 2°).
«È una maratona e mancano pochi metri, che sono i più importanti — ha detto Fabius prima di tornare alle trattative —. Abbiamo tutta la notte per percorrerli».
Stefano Montefiori

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