Libia, via al cessate il fuoco Kerry: “Governo in 40 giorni”

Libia, via al cessate il fuoco Kerry: “Governo in 40 giorni”

La diplomazia si misura anche interpretando i suoi riti nascosti. «Non c’è stato bisogno di riscrivere il comunicato finale, quello preparato dall’Italia con gli americani: alla fine tutti i ministri erano d’accordo », dice il responsabile della Farnesina Paolo Gentiloni.
Significa che il lavoro preparatorio degli italiani, la pressione fortissima degli Stati Uniti, della Russia hanno convinto perlomeno a una tregua i Paesi regionali che in Libia da mesi si combattono per procura: Turchia e Qatar, Arabia Saudita ed Emirati hanno sul campo libico i loro alleati, che armano e “manovrano”. Forse perché impegnati allo spasmo sul fronte siriano/iracheno, per il momento si sono impegnati ad appoggiare la pace in Libia.
La conferenza sulla Libia di ieri a Roma è stata un passo importante, che il premier Matteo Renzi definisce «una speranza e un successo diplomatico per l’Italia».
Questi i punti importanti: il 16 dicembre in Marocco le fazioni libiche firmeranno l’accordo per la nascita del nuovo governo proposto dal vecchio mediatore Onu Bernardino Leon in ottobre.
Il segretario di Stato John Kerry annuncia poi che entro 40 giorni quel governo dovrà entrare pienamente in funzione. E precisa che siederà a Tripoli, in quella che se tutto andrà bene tornerà ad essere l’unica capitale di una Libia più decentrata, in cui le autonomie locali avranno maggior ruolo. Entrerà in vigore un cessate-il-fuoco e verranno aperti dei corridoi umanitari per assistere la popolazione. Soprattutto a Bengasi, dove la situazione è di emergenza totale.
Paolo Gentiloni fa notare che la svolta più decisiva è maturata quando John Kerry in persona, e quindi l’amministrazione Obama, hanno deciso di ritornare a impegnarsi sulla Libia, di non tenersi più distaccati in attesa che gli eventi portassero chissà a che cosa. L’Italia ha fatto capire a Kerry che senza l’appoggio pesante degli Usa ogni idea o invenzione diplomatica italiana sarebbe stata debole. E Kerry spiega che nella divisione dei compiti «Gentiloni ha fatto pressioni su molti altri Paesi a muoversi con più velocità e con un maggior senso di urgenza sulla Libia, che è nel Mediterraneo, proprio al di là delle coste italiane».
Altro elemento che l’Italia ha analizzato in maniera “non convenzionale” è il fattore-Daesh. «Gli attacchi di Parigi, i nuovi bombardamenti in Siria/Iraq, l’allargarsi del Daesh in Libia congiuravano per una sola pericolosa evoluzione», dice un diplomatico che segue i negoziati. «Sarebbero state possibili azioni militari unilaterali di Paesi europei in Libia contro il Daesh, prima della formazione del governo. Un disastro, avrebbe significato creare una nuova Siria fuori controllo, in cui Daesh e mille altri gruppi jihadisti si sarebbero uniti e avrebbero prosperato per anni». E non è detto che il pericolo sia scongiurato: come dice Ludovico Carlino, senior analist dell’IHS a Londra, «è probabile che il prossimo colpo terroristico del Daesh sia in programmazione, e se lo faranno ci terranno a far sapere che è stato lanciato proprio dalla Libia».
Tra l’altro Kerry e il comunicato finale avvertono i potenziali spoilers, i sabotatori che vogliono far saltare l’accordo, che per loro sono pronte sanzioni Onu. «I responsabili della violenza e coloro che impediscono e minacciano la transizione democratica devono essere chiamati a rispondere delle loro azioni», dice il comunicato finale.
Martin Kobler, il nuovo inviato Onu, è realistico: «Ci vorranno mesi, anni per una vera pace e una vera stabilità, ma il treno è partito». Vedremo quanti libici sceglieranno di salirci sopra e quanti invece proveranno a farlo saltare per aria.


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