Obama alza il tiro sull’Is “L’Italia aumenta l’impegno”

Obama alza il tiro sull’Is “L’Italia aumenta l’impegno”

NEW YORK. «Non potete nascondervi. Sarete i prossimi ad essere colpiti». Barack Obama lancia l’avvertimento ai capi dello Stato Islamico, dopo una sessione speciale di lavoro coi vertici del Pentagono. Il presidente Usa sottolinea il rafforzamento del ruolo per i partner della coalizione e cita il nostro paese: «L’Italia sta aumentando il suo impegno nella lotta contro l’Is». È un riconoscimento esplicito che Obama affianca a quello di altri paesi come Inghilterra e Francia, Germania e Australia, più direttamente coinvolti nei raid aerei contro le forze jihadiste in Siria e in Iraq. La menzione dell’Italia viene subito interpretata come un tributo al suo impegno in Iraq (sia pure non in operazioni di combattimento) e alla funzione svolta in Libia.
Obama appare in diretta tv dalla sede del Pentagono, circondato dal vicepresidente Joe Biden, dal segretario alla Difesa Ashton Carter, e da tre generali. Come per le occasioni solenni. Ma il presidente non deve annunciare svolte strategiche. Non ci saranno scarponi sul terreno. Nonostante lo tirino per la manica un po’ tutti (i repubblicani in campagna elettorale, Hillary Clinton, alcuni dei suoi stessi generali), Obama non vuole sterzate in favore di un’escalation militare. Anche perché rimane convinto di una cosa: quelli dell’Is vanno cacciati via da soldati sunniti, della loro stessa religione e possibilmente ceppo etnico. A riprendere territori abitati da popolazioni sunnite non possono essere soldati occidentali, la cui avanzata sarebbe effimera come lo è stata in passato su fronti dall’Iraq all’Afghanistan. Quel riferimento al ruolo degli alleati, Italia inclusa, è anche un modo per ricordare ai partner arabi della coalizione, che l’intervento terrestre spetta a loro.
Obama vuol dare il senso di un progresso reale sul terreno: 9.000 raid aerei, attacchi mirati fra l’altro a distruggere i convogli di petrolio, con un record di bombardamenti nel mese di novembre dopo la strage di Parigi. «Mai li abbiamo colpiti così duramente — dice – hanno dovuto cedere il 40% del territorio che controllavano, anche se i progressi dovranno essere più rapidi». Elenca i leader dell’organizzazione jihadista eliminati nelle ultime settimane. Poi arriva quel monito ai Paesi arabi: «Gli Stati Uniti stanno facendo di più in questa lotta così come i nostri alleati, la Francia, la Germania, il Regno Unito, l’Australia e l’Italia. E così come devono fare tutti gli altri».
Con questo messaggio del presidente il suo segretario alla Difesa è partito per il Medio Oriente. Missione: strappare appunto agli alleati arabi un maggior coinvolgimento nei combattimenti in Siria. E un contributo più deciso per impedire un ulteriore rafforzamento dell’Is in Libia. Il segretario di stato americano John Kerry, arriva oggi a Mosca per riprendere il dialogo con Vladimir Putin. Sul tavolo ci sono gli accordi di Vienna, per porre fine alla guerra civile in Siria e avviare la transizione politica. C’è ancora una distanza tra Russia e Stati Uniti su tempi e modi in cui dovrà avvenire l’uscita di scena di Assad.
Restano tesi i rapporti fra Ankara e Mosca, con tutte le complicazioni che coinvolgono la Nato. La nave militare russa Caesar Kunikov è ripassata senza incidenti attraverso lo stretto del Bosforo, diretta verso il Mar Nero. Dieci giorni prima, il suo passaggio in direzione contraria aveva provocato nuove tensioni tra Ankara e Mosca per la presenza a bordo di almeno un soldato con in spalla un lanciamissili terra- aria, apparentemente pronto all’uso. La Turchia aveva definito il suo passaggio all’andata una «provocazione». Intanto una parte delle truppe turche schierate nel campo di addestramento di Bashiqa, 30 km a nord della roccaforte Is di Mosul, è stata trasferita nell’Iraq settentrionale. Il governo iracheno aveva denunciato l’ingresso, non preannunciato né richiesto, di centinaia di militari turchi, un atto definito ostile da Baghdad. La mossa della Turchia era stata vista come un tentativo di aumentare la propria influenza in conflitti oltre i propri confini.


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