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I conflitti nascosti dell’Etruria

Le «vittime del salva-banche» in presidio davanti al palazzo di giustizia di Arezzo. In procura arrivano gli esposti presentati da Federconsumatori e Codacons

Silvio Messinetti, il manifesto • 16/12/2015 • Copertina, Diritti consumatori & utenti, Lavoro, economia & finanza, Politica & Istituzioni • 809 Viste

L’inchiesta. Nel terzo filone sulla Bpel indagati l’ex presidente e un ex consigliere. Le «vittime del salva-banche» in presidio davanti al palazzo di giustizia di Arezzo. In procura arrivano gli esposti presentati da Federconsumatori e Codacons

All’ex Ospedale Garbasso, che ospita i nuovi uffici della Procura di Arezzo, è un via vai continuo. L’Etruriagate si allarga. I filoni giudiziari diventano tre. L’ultimo è un’indagine sul conflitto di interessi che trae origine dalla relazione della Banca d’Italia circa il commissariamento dell’istituto aretino nel febbraio 2015.

Questa parte di inchiesta si affianca agli altri due filoni. Il primo sull’ostacolo alla vigilanza, che risale al marzo 2014, che trae origine dalla relazione degli ispettori di via Nazionale del 2013, e il terzo sulle false fatturazioni datato primavera 2014. L’inchiesta sul conflitto di interessi è ancora agli inizi e nelle ultime ore ha visto spuntare i primi nomi: quelli dell’ultimo presidente di Banca Etruria Lorenzo Rosi e dell’ex consigliere di amministrazione Luciano Nataloni.
L’inchiesta ipotizza il conflitto di interesse a carico di alcuni ex membri del board dell’istituto aretino che avrebbero ricevuto fondi per 185 milioni di euro formalmente deliberati di cui ne sarebbero stati erogati realmente 140 a vantaggio di 18 ex amministratori, quindici consiglieri e cinque sindaci revisori.

I nomi di Lorenzo Rosi e Luciano Nataloni erano evidenziati nel verbale redatto dagli ispettori di Bankitalia al termine delle lunghe verifiche effettuate sull’istituto di via Calamandrei.
Sempre il verbale di Bankitalia rilevava nel complesso 198 posizioni di affidamenti a 123 membri del consiglio di amministrazione e a cinque ex sindaci per complessivi 185 milioni di euro dei quali circa 140 usufruiti; di questi ne sarebbero rientrati in banca una cinquantina. Mentre ne restano 90 tra crediti incagliati e sofferenze. E qui si innesta il caso politico del momento insieme a una domanda: poiché nei consigli di amministrazione dal 2010 fino al giorno del commissariamento (febbraio 2015) c’era anche Pierluigi Boschi, non è per caso che anche il babbo della ministra figuri tra i tredici a cui i fidi erano stati concessi? No, Boschi non è in questo gruppo. Secondo fonti delle ultime gestioni della banca, «Pierluigi Boschi non ha avuto nemmeno un centesimo di prestiti da Bpel per società che in qualche modo fossero riconducibili alla sua persona».

Tuttavia Pierluigi Boschi era stato già sanzionato, insieme a tutto il consiglio di amministrazione, con una multa di 144 mila euro per «violazioni di disposizioni sulla governance, carenze nell’organizzazione, nei controlli interni e nella gestione nel controllo del credito e omesse e inesatte segnalazioni alla vigilanza».

Colpito era stato appunto l’intero consiglio d’amministrazione dopo una relazione dei nove ispettori di Bankitalia consegnata nell’inverno 2014. Se però il padre della ministra Maria Elena Boschi è fuori dal novero degli amministratori con la scorta dei fidi, resta ancora da dare un’identità a quasi tutti i percettori: il verbale dell’organo di Vigilanza cita soltanto due nomi, quello di Lorenzo Rosi in relazione all’attività della cooperativa La Castelnuovese di cui era presidente, e quello di Luciano Nataloni, commercialista fiorentino e già vice di Banca Del Vecchio, interessato quale consulente in nove delle 198 posizioni di cui due classificate a sofferenza, la Consorzio Etruria scarl attiva nel settore edile e l’Etruria investimenti, con previsioni di perdita per 5,4 milioni di euro. Le altre sono Immofin, Città S.Angelo Sviluppo spa, Td Group, Gruppo Casprini.

Per ora nessuna inchiesta risulta aperta in seguito al «decreto salva banche». Ieri pomeriggio Federconsumatori ha tenuto un presidio davanti al Tribunale, presenti una cinquantina di persone, proprio per presentare un esposto che fa seguito all’iniziativa di quanti in queste settimane si sono recati nei suoi uffici per segnalare le perdite subite. In questo caso si potrebbe aprire un quarto fascicolo d’inchiesta per l’ipotesi di reato di truffa.

Sta invece arrivando alla conclusione il filone che ipotizza il reato di ostacolo alla vigilanza: il procuratore Roberto Rossi, che coordina tutti e tre i filoni di indagine, dovrebbe chiuderla nei prossimi giorni chiedendo il rinvio a giudizio per Giuseppe Fornasari, ex presidente, Luca Bronchi, ex direttore generale, e David Canestri, dirigente centrale.
Si ipotizza dunque che nel bilancio del 2012 non sia stata correttamente rappresentata l’entità dei crediti deteriorati, con ciò impedendo alla Banca d’Italia di chiedere un aumento di capitale molto maggiore di quello che fu effettivamente deliberato. E ancora si va a scavare nei retroscena dell’affare Palazzo della Fonte, nel quale ancora una volta Via Nazionale sarebbe stata messa nelle condizioni di non poter vigilare al meglio.

L’assunto della procura è ben noto: nel vendere a un consorzio di imprese la società Palazzo della Fonte in cui aveva racchiuso gran parte del proprio patrimonio immobiliare (restavano fuori solo la sede di via Calamandrei e quella storica di Corso Italia) Bpel avrebbe parzialmente finanziato gli acquirenti.

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