La morsa russa sul Grande Nord

La morsa russa sul Grande Nord

L’ area dove le nuove iniziative russe sono più evidenti è senza dubbio l’Artico, una regione che sta diventando sempre più accessibile a causa del surriscaldamento globale e che contiene nelle sue viscere immense quantità di risorse naturali. Ma la nuova politica di rafforzamento della presenza su tutti gli scacchieri viene attuata dal Cremlino un po’ dappertutto. Con l’intenzione di ridare al Paese quel ruolo di potenza globale che era venuto a mancare con il crollo dell’Urss.
Soldati schierati in sei nuove basi nell’estremo Nord a cominciare già dai primi giorni del 2016; missili antiaerei avanzati S-400 per proteggere le infrastrutture da qualsiasi incursione «ostile»; rinnovata presenza nel Mediterraneo grazie all’intervento in Siria e all’ammodernamento delle basi di Tartus e Latakia; aumento della presenza in Bielorussia. Tutte iniziative che stanno allarmando i Paesi più direttamente interessati. E non solo quelli che hanno interessi economici nell’Artico, come Stati Uniti, Canada e Danimarca. Anche i tre baltici e la Polonia sono sul chi vive perché in quella zona la Russia sta creando una netta superiorità nei confronti della Nato. E gli ex sudditi dell’Impero Sovietico temono fortemente Mosca: sono convinti che dopo la Crimea e l’Ucraina dell’Est il prossimo boccone dell’orso russo potrebbero essere loro.
Nei giorni scorsi il ministero della Difesa ha annunciato che le basi artiche sono quasi pronte e che presto arriveranno le truppe. La Russia vuole affermare la sua sovranità su un’area molto ampia, compreso il Polo Nord dove già nel 2007 un mini sommergibile posò una bandiera sul fondo marino. Ma piazzare truppe sull’isola della Terra di Alexandra, poco a nord delle Svalbard, o nel porto di Tiksi, alla foce del fiume Lena nella Siberia Orientale, ha anche un altro intento. Si vuole proteggere la nuova rotta a Nord-Est nella quale il Cremlino crede moltissimo. Con il disgelo, sarà probabilmente possibile raggiungere per molti mesi l’anno l’Estremo Oriente dall’Europa passando proprio nel Mar Glaciale Artico. Un tragitto molto più breve di quello che passa attraverso Suez.
E se gli Stati Uniti e altri Paesi possono avere problemi con gli ambientalisti a iniziare perforazioni nell’Artico incontaminato, in Russia la situazione è completamente diversa. Dove sono in gioco gli interessi nazionali (e non solo) non c’è ambientalismo che tenga. Oggi nell’Artico è ancora tutto fermo solo perché il prezzo del petrolio è così basso e perché le sanzioni occidentali impediscono a Mosca di ottenere all’estero le necessarie attrezzature tecniche.
Anche in Bielorussia i progetti per un allargamento della presenza dell’Armata Russa sono per ora fermi, a causa del riavvicinamento del presidente Lukashenko all’Europa. Mosca ha comunque già due basi nel Paese. Poi c’è l’enclave di Kaliningrad, tra Lituania e Polonia. Con l’aumentare della tensione internazionale, Putin ha deciso di piazzarci missili Iskander che potrebbero in pochi minuti raggiungere diverse città europee.
Fabrizio Dragosei


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