Una fatwa sugli stupri Così lo Stato Islamico disciplina la schiavitù

Le «regole» prescrivono come abusare delle prigioniere. «È un tentativo, aberrante, di istituzionalizzare l’orrore »

Marta Serafini, Corriere della Sera • 30/12/2015 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Guerre, Armi & Terrorismi • 831 Viste

«Alcuni fratelli hanno violato le regole nel trattare le schiave. Queste violazioni non sono permesse dalla sharia, perché queste leggi non sono aggiornate ai nostri tempi. Ci sono indicazioni in materia?». Inizia con una domanda la fatwa numero 64 dello Stato Islamico, che porta la data del 29 gennaio 2015. A recuperare il documento — che la Reuters ha reso pubblico ieri — sono state le forze speciali americane e britanniche in un raid condotto in maggio nel nord della Siria. Qui, dopo che è stato ucciso il tesoriere dell’Isis Abu Sayyaf, è stata catturata anche la moglie di Abu Sayyaf, il cui compito era proprio quello di gestire le «sabaya», le schiave. Ed è nel rifugio della coppia (lo stesso dove probabilmente è stata tenuta prigioniera la cooperante americana Kayla Mueller) che, tra più di un terabyte di materiale informatico, cd, dvd e chiavette usb, è venuta alla luce la fatwa numero 64.
Nel testo, diviso in 15 punti, si legge: «Non è possibile per il padrone di una schiava avere rapporti sessuali con lei fino a che non ha avuto il ciclo ed è diventata pulita». Al secondo e al terzo punto viene spiegato come non sia permesso «far abortire una schiava che rimanga incinta e avere rapporti con lei fino a quando non abbia dato alla luce il bambino». E ancora: «Se il padrone possiede sia la figlia che la madre non può avere rapporti con entrambe ma solo con una di esse». Stesso discorso se le schiave sono sorelle. Inoltre padre e figlio non possono violentare la stessa donna. Infine la fatwa 64 informa che non è concesso avere «rapporti anali con le schiave» e «che bisogna essere compassionevoli con esse».
Il documento conferma quanto emerso negli scorsi mesi. Attraverso il sistematico abuso delle donne e il permesso dato ai miliziani di possedere delle schiave, i leader di Isis stanno ottenendo un duplice scopo: terrorizzare le popolazioni dei territori conquistati e trarre profitti dalla vendita delle sabaya. Sempre la Reuters nei giorni scorsi ha reso noto come lo Stato Islamico abbia dato il permesso di espiantare gli organi degli apostati «per salvare la vita dei musulmani» e abbia creato un vero e proprio dipartimento per il bottino di guerra nel quale rientrano anche le donne. E se orrore, tortura e morte sono fonte di profitto nel Califfato, a emergere, nero su bianco, è anche il tentativo del gruppo terroristico di creare delle leggi di stampo religioso. Negli ultimi due anni le organizzazioni non governative come Human Rights Watch hanno raccolto le testimonianze di centinaia di donne, per lo più appartenenti alla minoranza yazida. Violentate e costrette a ogni tipo di pratica sessuale, molte di esse hanno raccontato come i loro carnefici dopo averle stuprate si giustificassero con argomenti di tipo religioso. Un’aberrazione che ha portato analisti e osservatori a parlare di «teologia dello stupro».
Ovviamente tutti questi precetti non hanno nulla a che fare con la religione. «Nel corso dei secoli all’interno dell’Islam si è agito per abolire la schiavitù», ha spiegato alla Reuters Abdel Fattah Alawari, docente di teologia islamica all’università di Al Azhar, una delle più antiche del Medio Oriente. Probabilmente il tentativo da parte dei vertici di Isis di dare una giustificazione religiosa e un «limite» ai comportamenti brutali dei miliziani arriva dopo le critiche dagli ambienti musulmani più radicali. Non sono pochi infatti i predicatori salafiti che hanno espresso dissenso di fronte ai filmati che circolano nel «deep web» (la rete nascosta di cui Isis si serve per fare propaganda e per comunicare) e che mostrano stupri di gruppo perpetrati su bambine e bambini. «È evidente che a Isis non interessa assolutamente se un uomo violenta una donna con il ciclo o meno o se abusa allo stesso tempo della madre e della figlia», sottolinea Audrey Alexander, ricercatrice del Program on Extremism della George Washington University. Piuttosto a spaventare i leader del Califfato potrebbe essere «l’instabilità dei nuclei familiari» legata alla presenza non controllata delle schiave o la diffusione delle malattie veneree e dell’Hiv che il passaggio continuo delle donne tra gli uomini rende più frequente. Niente di più lontano dunque dall’umana pietà. «È piuttosto un tentativo, aberrante, di istituzionalizzare l’orrore ».Marta Serafini

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