Nel risiko mediorientale tutti contro tutti

Nel risiko mediorientale tutti contro tutti

Siria/Iraq. L’Iran spara missili vicino alla portaerei Usa nello Stretto di Hormuz. La Turchia crea una milizia sunnita in Iraq e Baghdad minaccia azioni militari. Riyadh attacca Mosca che incrementa le sanzioni ad Ankara. Nel dimenticatoio finisce il dramma dei popoli

Se il 2016 dovrebbe aprirsi con l’ampio tavolo del negoziato siriano, il 2015 si chiude con un tutti contro tutti: non c’è potenza internazionale o regionale che in queste settimane non abbia arduamente lavorato per guadagnare qualche punto in più di influenza diplomatica e militare.

Sul campo di battaglia ci sono tutti: russi, statunitensi, turchi, sauditi, iraniani. Ognuno lancia il suo guanto di sfida, non mere scaramucce ma azioni che mandano chiari messaggi ai nemici-amici. Ogni capitale fa a gara a ripetere che l’avversario comune è lo Stato Islamico, ma è palese che in ballo c’è molto di più della dichiarata lotta al terrorismo di matrice islamista: c’è il futuro dell’equilibrio di poteri in Medio Oriente, una regione che uscirà ridisegnata nei confini e nelle sfere di influenza.

Se ad aprire il balletto della guerra fredda è stata la Turchia abbattendo un jet russo a fine novembre, chiude l’anno l’Iran: sabato nello Stretto di Hormuz la marina di Teheran ha testato alcuni missili a pochissima distanza dalla portaerei statunitense Truman e dalla fregata francese Provence. Lo ha reso noto, solo ieri, l’esercito di Washington: «Riteniamo che il fuoco così vicino a navi della coalizione e a vascelli commerciali sia un gesto estremamente provocatorio, pericoloso e in contrasto con il diritto internazionale marittimo», ha detto il comandante Raines del Comando Centrale Usa aggiungendo che alle navi presenti nell’area il lancio è stato comunicato solo 23 minuti prima.

Uno dei missili è passato ad un chilometro e mezzo di distanza dalla portaerei Usa: difficile pensare ad un errore in un’esercitazione di routine. Per la Repubblica Islamica Hormuz – via di transito strategica per un terzo del petrolio trasportato via mare, ma anche per gli eserciti impegnati tra Siria e Iraq – è territorio iraniano, come lo è Damasco: questo il messaggio che Teheran ha voluto mandare agli Stati uniti in un momento cruciale per il negoziato siriano. L’Iran c’è e non intende essere messo in un angolo, né dal protagonismo russo né tantomeno dalle priorità Usa.

Sull’altro fronte a proseguire imperterrita in una politica militare a senso unico è la Turchia, che offusca l’entusiasmo iracheno per la liberazione – quasi completata – di Ramadi rovinando i piani di Baghdad per Mosul. Da tre giorni i leader iracheni non si nascondono più: dopo il successo nel capoluogo dell’Anbar e dopo il lancio di una nuova operazione sulla vicina Fallujah, nel mirino c’è Mosul, comunità in grado di realizzare il progetto di unità nazionale immaginato dal premier al-Abadi. Ma sulla seconda città irachena pesa l’ombra della longa manus di Ankara, il cui obiettivo è opposto: un futuro di frammentazione tra etnie e fedi che renda Baghdad più malleabile e gestibile.

La Turchia non si ritira da Bashiqa, base peshmerga a 20 km da Mosul, nonostante le proteste reiterate di nuovo ieri da Baghdad. Il ministro degli Esteri al-Jaafari ha minacciato azioni militari nel caso le truppe turche non abbandonino subito il territorio iracheno: «Se non ci sono altre soluzioni adotteremo quella militare – ha detto lamentando il fallimento dei pacifici mezzi diplomatici – Se saremo costretti a difendere la nostra sovranità, combatteremo».

Ma Erdogan non solo fa orecchie da mercante, ma ampia il raggio di azione: secondo l’agenzia stampa turca Trend, la Turchia ha dato vita ad una milizia sunnita irachena da porre sotto i propri comandi, sorta di contraltare alle unità sciite gestite dall’Iran. Ribattezzata Hashed al-Watani (unità di mobilitazione nazionale), sarà utilizzata nella liberazione di Mosul, dicono fonti del governo del Kurdistan iracheno.

Erdogan si muove anche sul piano politico: ieri Ankara ha siglato con l’Arabia saudita un accordo per la creazione di un consiglio di cooperazione strategica, ha detto il ministro degli Esteri dei Saud, al-Jubeir. Servirà a coordinare le attività commerciali, economiche ma soprattutto militari tra i due paesi, da tempo allineati sulle stesse posizioni in merito alla questione siriana. Proprio Riyadh è stata protagonista ieri di un nuovo screzio con la Russia: l’Arabia saudita ha accusato Mosca di aver indebolito la lotta all’Isis uccidendo in un raid aereo Zahran Alloush, leader del gruppo salafita anti-Assad Jaish al-Islam.

Il gruppo gode del sostegno della petromonarchia che da anni ne finanzia la leadership e che lo aveva invitato al meeting delle opposizioni di dicembre nel paese, nonostante le proteste di Iran e Russia. Lo stesso Jaish al-Islam, nei giorni scorsi, ha detto di non essere più interessato a negoziare con Damasco, che da parte sua lo aveva già escluso considerandolo gruppo terrorista.

Mosca risponde per le rime: a farne le spese è ancora la Turchia che paga l’aggressiva politica anti-russa in Siria. Ieri il governo russo ha pubblicato una lista di lavori a cui compagnie turche non potranno più accedere a partire dal primo gennaio. Tra questi i settori delle costruzioni, dell’architettura e del design, dei lavori pubblici, del turismo. Inoltre, aggiunge il premier Medvedev, alle imprese russe sarà vietato assumere cittadini turchi.

La guerra fredda globale che si combatte in Medio Oriente si fa sempre più tesa. Nel dimenticatoio finisce il dramma dei popoli, mentre come avvoltoi le potenze regionali e globali si spartiscono i resti di paesi fatti a pezzi dalle brame neocoloniali internazionali



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