Banca Etruria. Buonuscite milionarie e mancati tagli agli stipendi Le contestazioni ai vertici

L’istituto pagò i legali all’ex presidente di Banca Etruria per un reato legato al dissesto

Fiorenza Sarzanini, Corriere della Sera • 23/12/2015 • Copertina, Diritti consumatori & utenti, Lavoro, economia & finanza • 633 Viste

AREZZO Stipendi, rimborsi, compensi ai consulenti: non si badava a spese ai vertici di Banca Etruria. Anche quando i conti erano «in rosso» ed era chiaro il rischio di fallimento. All’ex presidente Giuseppe Fornasari hanno pagato gli avvocati, nonostante il reato di cui era accusato fosse legato al dissesto dell’istituto. Ai manager che lasciavano l’incarico hanno assegnato «buonuscite» da oltre un milione di euro. E di questo i componenti del cda in carica dal 4 maggio 2014 all’11 febbraio 2015 dovranno rispondere di fronte ai magistrati e a Bankitalia che ha già trasmesso le sue «contestazioni» formali ai consiglieri e ai vertici — il presidente Lorenzo Rosi e i vice Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi, padre della ministra per le Riforme Maria Elena — in vista dell’erogazione delle sanzioni.
I soldi ai manager
Le regole interne prevedevano che, in caso di risoluzione anticipata del contratto, il compenso dovesse essere «collegato alla performance realizzata e ai rischi assunti». Non va invece così, secondo gli ispettori, quando a lasciare l’incarico è il direttore generale Luca Bronchi, indagato per le operazioni immobiliari legate al Palazzo della Fonte. Il 30 giugno 2014 il cda gli assegna un indennizzo di 1,2 milioni di euro «nonostante il grave deterioramento della banca e decide di non contestargli responsabilità specifiche».
Al suo successore Daniele Cabiati viene invece consegnata una lettera di incarico «con la possibilità di riconoscergli una retribuzione variabile da 300 mila euro contrariamente a quanto indicato nel documento sulle “Politiche di remunerazione” approvato dall’assemblea dei soci il 4 maggio 2014». Lo stesso vale per i «125 mila assegnati al responsabile del marketing Fabio Piccinini al momento di risolvere il contratto». Gravissima, secondo i funzionari di Bankitalia, l’omissione di controllo che ha consentito ad Andrea Baldini, dipendente licenziato il 28 novembre 2014 e denunciato per malversazione, di effettuare «tra il 2007 e il 2014, 103 operazioni anomale per 520 mila euro trasferiti sui propri conti».
I tagli di stipendio
Il 22 maggio 2014, diciotto giorni dopo la nomina, il consiglio di amministrazione approva una delibera che prevede una riduzione degli emolumenti pari al 32,5 per cento per il presidente Lorenzo Rosi e del 20 per cento per i due vicepresidenti Alfredo Berni e Pier Luigi Boschi. Analizzando il bilancio dell’istituto, si scopre che tutti e tre prendono 180 mila euro, anche se la somma delle «voci» poi è diversa, ma è comunque su questa cifra che dovrebbe essere applicata la riduzione.
Invece non accade nulla e anche questa è adesso materia di contestazione. Secondo gli ispettori, questo dimostra infatti che non è stato rispettato «il dichiarato intento di voler rappresentare un punto di discontinuità nella vita aziendale». Del resto agli stessi vertici viene anche addebitata «l’assenza di interventi idonei a ristabilire l’equilibrio reddituale del gruppo» e infatti «le misure potenzialmente idonee ad agevolare un riequilibrio economico — riduzione forza lavoro e di 410 unità e rimodulazione della presenza territoriale — sono state deliberate tardivamente, solo il 22 dicembre 2014 e il 9 gennaio 2015».
Intanto «nel periodo 2013/2014 sono stati corrisposti compensi per 335 mila euro a dipendenti in quiescenza a fronte delle collaborazioni prestate».
La cauzione regalata
Quello degli incarichi esterni è uno dei problemi emerso più volte negli ultimi giorni e ben descritto dagli ispettori di Bankitalia quando elencano le consulenze «che nel biennio 2013/2014 sono state di oltre 15 milioni di euro». In particolare all’ex direttore generale Luca Bronchi si contesta di aver «firmato delibere oltre i suoi poteri; pagato prestazioni non contrattualizzate; assegnato gli stessi incarichi a professionisti diversi; modificato le “voci” di spesa».
Per comprendere come andassero le cose, vale un esempio ritenuto «emblematico» che riguarda la riacquisizione degli immobili di Firenze della direzione generale e delle agenzie 1 e 2 che erano stati concessi in leasing . Su quell’affare sono stati spesi 625 mila euro per consulenze e inspiegabilmente si è deciso di rinunciare al deposito cauzionale di un milione di euro della società Cupido.
Fiorenza Sarzanini

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