Dopo Parigi e lo Stato d’eccezione. Sconfiggere il mostro

Gli attentati di Parigi hanno aperto uno squarcio, doloroso e improvviso, nel velo di rimozione, indifferenza e ottundimento che impedisce ai cittadini europei e occidentali di conoscere e indignarsi per i mille e mille episodi simili che quotidianamente avvengono in Medio Oriente e in Africa

Sergio Segio • 17/12/2015 • Copertina, Global Rights, Guerre, Armi & Terrorismi, Internazionale • 1385 Viste

Una guerra globale è in atto. Non nasce oggi, ma oggi risulta più evidente a tutti. Fors’anche grazie a papa Bergoglio, che ha introdotto nella riflessione pubblica la sua convinzione di una “Terza guerra mondiale” in corso, seppure “a pezzi”. Dopo gli attentati di Parigi del 13 novembre, questa guerra pare finalmente scuotere il mondo e le pubbliche opinioni, mostrando una parte – una piccola parte – dei suoi effetti. Ma continuano a essere occultate o non indagate le sue cause, la cui esatta comprensione è condizione per individuare le possibili e necessarie soluzioni. Cause che non possono essere ridotte a una, essendo un intreccio di ingredienti variamente distribuiti e miscelati nei diversi “pezzi” di questo conflitto mondiale. Della guerra si continuano a dare definizioni spesso parziali e sempre fuorvianti: di civiltà, di religione, di etnie, di supremazia, a nascondere la radice neocoloniale e il fondamento di profonde diseguaglianze. Come ha ricordato l’economista francese Thomas Piketty, l’area che va dall’Egitto all’Iran, passando per la Siria, l’Iraq e la Penisola arabica, con un totale di circa 300 milioni di abitanti, vede il 60-70% del PIL regionale concentrato nelle monarchie petrolifere, che hanno solo il 10% della popolazione. Monarchie che, non per caso, hanno avuto una funzione di ostetrica dello Stato Islamico.

Gli immondi appetiti del “complesso militare-industriale”

Occorre però leggere e capire i nessi che rendono i “pezzi” un insieme, solo apparentemente disomogeneo. Il filo nero che li lega consiste principalmente negli interessi economici dell’industria bellica e di quella petrolifera e del tessuto finanziario su cui appoggiano, i cui appetiti non si fermano davanti ad alcuno scrupolo morale. E non da oggi. Si tratta, mutatis mutandis, dello stesso coacervo di potere denunciato per la prima volta dal presidente degli Stati Uniti Dwight D. Eisenhower nel discorso d’addio del 17 gennaio 1961: «Nei concili di governo, dobbiamo guardarci le spalle contro l’acquisizione di influenze che non danno garanzie, sia palesi che occulte, esercitate dal complesso militare-industriale. Il potenziale per l’ascesa disastrosa di poteri che scavalcano la loro sede e le loro prerogative esiste ora e persisterà in futuro. Non dobbiamo mai permettere che il peso di questa combinazione di poteri metta in pericolo le nostre libertà o processi democratici. Non dobbiamo presumere che nessun diritto sia dato per garantito. Soltanto un popolo di cittadini allerta e consapevole può esercitare un adeguato compromesso tra l’enorme macchina industriale e militare di difesa e i nostri metodi pacifici ed obiettivi a lungo termine in modo che sia la sicurezza che la libertà possano prosperare assieme».

Parole profetiche sul piano della descrizione, assai meno su quello degli auspici. Nel corso del tempo nessun compromesso sembra essere stato raggiunto per salvaguardare, almeno in parte significativa, libertà e “metodi pacifici”. Nel nuovo secolo, anzi, l’alleanza tra grande finanza e quel complesso di interessi bellici ed energetici ha del tutto esautorato la funzione politica e i governi democratici, perlopiù ridotti a certificatori di decisioni presi da altri e in altre sedi; e basti al proposito ricordare l’enorme influenza che ha, ad esempio, la National Rifle Association sulle elezioni, anche presidenziali, negli Stati Uniti.

Il default della democrazia

Ecco che allora le scelte di François Hollande e del governo di Manuel Valls, all’indomani della strage operata da Daesh per le strade parigine, non appaiono solo e tanto una reazione emotiva: sono piuttosto una tappa di edificazione dello Stato d’eccezione, una forte accelerazione della compressione delle libertà di dissenso, di critica e di protesta, attraverso un Patriot act declinato alla francese e grazie alle modifiche costituzionali prontamente introdotte in direzione di una post-democrazia; sono una cinica strumentalizzazione politica al fine di sottrarre spazio e voti al Front National di Marine Le Pen, competendo sullo stesso scivoloso terreno intriso dal veleno della xenofobia; sono, assieme e prima di tutto, un’operazione di favoreggiamento, ancora più cinica, del già florido mercato degli armamenti, arrivando persino a rompere i vincoli del Patto di stabilità europeo al fine di dirottare ingenti risorse pubbliche verso i mercanti di morte, gli apparati militari e l’industria della cosiddetta sicurezza. Aprendo la strada agli altri Paesi, Italia per prima.

In tal modo la religione dell’austerity, che sino a ieri era parsa indiscutibile e veniva imposta con la massima fermezza non solo alla martoriata Grecia ma a gran parte dei Paesi dell’Unione, per comprimere salari e diritti dei lavoratori, privatizzare i beni comuni e destrutturare i sistemi di welfare, oggi viene seriamente incrinata, con il consenso della governance comunitaria, per il supremo e superiore interesse del business bellico. Così che i popoli si trovano a passare dalla padella dell’impoverimento e delle diseguaglianze, alla brace della guerra e del terrorismo, mentre il “complesso militare-industriale”, ormai compiutamente transnazionalizzato e finanziarizzato, si frega contento le avide e insanguinate mani.

Che la ritorsione e spirale militare, con l’intensificazione dei bombardamenti francesi che si uniscono a quelli della coalizione internazionale, abbia l’effetto nascosto e prevalente di alimentare la produzione di armi, più che di colpire davvero lo Stato Islamico, lo mostrano in modo chiaro le cifre: gli 8418 raid aerei compiuti dalla coalizione al 22 novembre 2015 in Iraq e Siria contro Daesh hanno provocato la morte di circa ventimila combattenti islamici (e di circa duemila civili); come a dire una media di soli 2-3 jihadisti uccisi in ogni missione e bombardamento. Un numero evidentemente risibile (dal punto di vista militare, non da quello umano, ovviamente), che poco giustifica gli ingenti mezzi utilizzati e gli alti costi economici. La guerra, proprio come la finanza nel tempo della globalizzazione neoliberista, drena risorse dal basso verso l’alto, dal pubblico verso il privato.

Alle radici della guerra globale

Ciò detto quanto agli esiti, quanto meno a quelli contingenti. Ma, per capire, occorre sempre riandare anche alle origini.

Gli attentati di Parigi hanno aperto uno squarcio, doloroso e improvviso, nel velo di rimozione, indifferenza e ottundimento che impedisce ai cittadini europei e occidentali di conoscere e indignarsi per i mille e mille episodi simili che quotidianamente avvengono in Medio Oriente e in Africa e per quella forma di terrorismo moralmente accettato dalla (in)sensibilità occidentale che è la guerra dei droni e i bombardamenti indiscriminati che provocano per lo più vittime civili.

La strage di Parigi, e poi gli attacchi nel Mali e in Tunisia, costituiscono solo l’ultima, prevedibile, tappa di una belligeranza permanente che trova una delle sue radici principali nelle guerre volute da George W. Bush.

La destabilizzazione dell’Iraq ha, infatti, creato le condizioni per la crescita di Daesh, sorto grazie al sostegno, alle armi e ai finanziamenti delle monarchie del Golfo, Arabia Saudita in testa, con il consenso attivo degli Stati Uniti e con la passività dell’Europa. L’Arabia Saudita è il quarto paese nel mondo per spese militari: oltre 80 miliardi di dollari spesi nel 2014, dopo Stati Uniti (610 miliardi), Cina (216) e Russia (84,5), su un totale mondiale che ammonta a 1776 miliardi. Un dato globale, di fonte SIPRI, oltretutto sottostimato e che può essere fuorviante, giacché riguarda solo i sistemi d’arma maggiori e non tiene conto di voci di spesa inserite – o nascoste – in capitoli diversi del bilancio degli Stati. Quale ad esempio, il programma di riarmo nucleare voluto dall’amministrazione Obama, che prevede la spesa di mille miliardi di dollari in 10 anni, di cui 200 già stanziati dal Congresso USA, ascritti al bilancio del Dipartimento per l’Energia.

L’intervento militare occidentale in Iraq (costato ai contribuenti americani almeno duemila miliardi di dollari, ma che ha comportato appalti e profitti altrettanto miliardari per le corporation), e il successivo conflitto, hanno sinora prodotto, secondo Iraq Body Count, 224 mila morti, due terzi dei quali civili; nel solo mese di ottobre 2015 sono state uccise 714 persone, di cui 559 civili.

I fratelli siamesi e il Vaso di Pandora

La spirale guerra-terrorismo-guerra riproduce se stessa all’infinito e sta inverando esattamente quella strategia della “guerra infinita” teorizzata da Bush, dal suo vicepresidente Dick Cheney e dalla sua amministrazione, a tutto beneficio dei propri interessi economici, legati al settore petrolifero e a quello bellico.

È facile prevedere che, se l’industria degli armamenti e le lobby da essa dipendenti, continueranno a dettare le scelte politiche a livello mondiale, il terrorismo è destinato a crescere e a insanguinare sempre più anche le strade dell’Occidente, i cui governi portano evidenti responsabilità di questa situazione. Guerra e terrorismo, infatti, sono fratelli siamesi, che si alimentano vicendevolmente a tutto e unico beneficio dei signori della guerra.

I promotori e profittatori delle guerre sono stati maledetti dal Papa, cui va riconosciuto essere una delle rare voci dissonanti in questo momento nel mondo. Così come non vanno, però, dimenticate le responsabilità avute dal Vaticano nel processo di dissoluzione dell’ex Jugoslavia, quanto meno nella sua origine, con la separazione unilaterale di quella Slovenia ora impegnata a emulare Viktor Órban nella costruzione di muri e barriere di filo spinato contro i profughi.

Con la guerra nei Balcani nei primi anni Novanta del secolo scorso, infatti, si è scoperchiato il Vaso di Pandora degli odii etnici e della strategia di destabilizzazione post-Muro di Berlino.

La Terza guerra mondiale, frastagliata ma in atto, è il terribile mostro fuoriuscito da quel Vaso. La guerra è un piano che, ogni giorno che passa, viene reso più pericolosamente inclinato; come da ultimo con l’escalation della tensione voluta dalla Turchia di Erdogan, con l’abbattimento di un caccia russo sui cieli della Siria e con la cinica politica di Hollande, che ha chiamato alla santa alleanza per una recrudescenza della guerra e che è arrivato alla decisione di sospendere parti della Convenzione europea sui diritti umani.

Tanto per cambiare, si dimostra che se la prima vittima di ogni guerra è la verità, la seconda sono i diritti umani e le libertà civili.

Quel mostro, ora libero di insanguinare il mondo, può essere fermato e reso impotente solo dal basso, da una ripresa dei movimenti a livello planetario per la pace, la giustizia climatica, la convivenza e la giustizia sociale.

Editoriale del magazine internazionale Global Rights – Numero 1, dicembre 2015

 Il magazine è sfogliabile o scaricabile gratuitamente sul sito globalrights.info 

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