“Un successo degli Usa” Il disgelo con Xi decisivo ma dopo Obama resta l’incognita repubblicani

“Un successo degli Usa” Il disgelo con Xi decisivo ma dopo Obama resta l’incognita repubblicani

NEW YORK.  «È il più ambizioso accordo sul cambiamento climatico della storia». Barack Obama interrompe il weekend di shopping pre-natalizio degli americani per annunciare un successo che non ci sarebbe stato senza di lui. È la prima volta che un accordo sulla riduzione delle emissioni carboniche include la quasi totalità delle nazioni, in particolare tutti i giganti dell’economia mondiale, sia sviluppati che emergenti. Non fu possibile a Kyoto né a Copenaghen.
In un’era storica in cui il baricentro dello sviluppo si sposta verso Cindia, e l’inquinamento lo segue, è decisivo che le due nazioni più popolose e dinamiche del pianeta siano coinvolte.
La svolta maturò 13 mesi fa a Pechino, al vertice Apec. Tra Obama e Xi Jinping fu disgelo sul tema ambientale. Fino ad allora la Cina aveva tenuto un linguaggio rivendicativo. Non accettava vincoli al “contenuto carbonico” del suo sviluppo, in nome del fatto che l’Occidente ha bruciato energie fossili per due secoli in modo smodato, dalla sua rivoluzione industriale. Da quel summit del novembre 2014 il dato storico è passato in secondo piano. Xi Jinping ha adottato un linguaggio nuovo: la consapevolezza che la Cina già oggi paga un prezzo insostenibile per la salute dei suoi abitanti, dunque è suo interesse combattere il cambiamento climatico, non è una concessione ad altri. La decisione pochi giorni fa di decretare il primo “allarme rosso” per l’aria inquinata di Pechino, è doppiamente rivelatrice. Indica un degrado ormai insopportabile per i ceti medio-alti che sono lo zoccolo duro di consenso verso il regime. E tradisce una consapevolezza politica: in passato l’allarme rosso sarebbe potuto scattare centinaia di volte ma i dati sullo smog venivano nascosti.
Il nuovo asse Usa-Cina che è il fondamento geopolitico per l’accordo di Parigi, contiene anche una sintesi delle sue fragilità. Obama è entrato negli ultimi 12 mesi della sua presidenza. Determinato a passare alla storia come il più ambientalista dei presidenti, ha aggirato i veti della destra negazionista che controlla il Congresso, usando i poteri esecutivi delle agenzie federali (come l’Environmental Protection Agency) per imporre tetti alle emissioni di CO2 di centrali elettriche, auto e camion. Ma se tra un anno gli americani dovessero scegliere un presidente repubblicano e confermare alla destra anche la maggioranza al Congresso, molti progressi potrebbero rivelarsi effimeri.
In quanto alla Cina, la sua congiuntura economica è entrata in una fase turbolenta e volatile, dalle ripercussioni ambivalenti sul consumo energetico. Il rallentamento della sua crescita, automaticamente riduce l’uso di combustibili fossili e rende un po’ meno arduo il rispetto degli impegni presi a Parigi. Ma al tempo stesso crolla il prezzo del petrolio e di quasi tutti i suoi surrogati fossili, carbone incluso, col rischio di incentivarne l’uso ancora a lungo.
Anche in Europa certi progressi nel tagliare le emissioni sono illusione ottica, perché provocati dalla lunga decrescita economica. La Germania offre un model- lo interessante che Obama ha spesso citato: bisogna rendere non-reversibile l’adozione di energie rinnovabili. Solo così si mandano segnali inequivocabili a tutta l’economia, al settore privato, alle imprese: devono pensare le loro strategie future per un mondo dove l’energia fossile è destinata al declino. Il contributo degli attori privati è cruciale perché una rivoluzione energetica non nasce solo per editti governativi. Questa necessaria rivoluzione è certamente più rapida e profonda se le imprese si convincono che siamo entrati in un percorso a senso unico, e ne traggono tutte le conseguenze. Gli attori economici possono raccogliere l’appello lungimirante di Bill Gates a investire molto più di prima per un Big Bang delle tecnologie verdi e delle fonti rinnovabili. E la società civile avrà la sua parte: visto che l’accordo di Parigi è giuridicamente vincolante solo per gli aspetti relativi a “trasparenza e verificabilità”, da oggi ogni cittadino può contare di più, controllando l’attuazione delle promesse contenute nel piano d’azione del suo paese.


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