Cina

Usa contro Cina su economia di mercato e legge anti terrorismo

Cina. Washington allerta la Ue sull’ipotesi di riconoscere a Pechino lo status di «economia di mercato», mentre la Cina approva la legge anti terrorismo

Simone Pieranni, il manifesto • 30/12/2015 • Copertina, Europa, Internazionale, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 1155 Viste

Il 2015 si chiude con un doppio attacco diplomatico degli Usa nei confronti della Cina, a ribadire come la relazione tra le due grandi potenze sia sottoposta a continue sferzate dialettiche. Washington, attraverso le colonne delFinancial Times, ha fatto sapere di non condividere l’aria che si respira a Bruxelles riguardo il possibile ottenimento da parte di Pechino dello status di «economia di mercato». La Ue, secondo gli Usa, commetterebbe un grave errore dando questo via libera a Pechino (previsto per fine febbraio), perché metterebbe a repentaglio le regole del mercato.

L’accusa degli Stati uniti, che secondo quanto specificato dal quotidiano finanziario avrebbero come principale alleato l’Italia, tira in ballo le possibilità di dumping da parte della Cina. Pechino, senza dazi, finirebbe per inondare i mercati europei con la propria merce prodotta grazie a sussidi statali e assenza di regole sul mercato del lavoro. Per Washington questo significherebbe la crisi nera dell’economia europea, soprattutto nel settore manifatturiero. Questo comportamento da parte degli Usa sembra un film già visto.

Pechino dal canto suo è forte degli accordi del 2001, quando entrò nel Wto fiduciosa di ottenere lo status di economia di mercato. Per convincere gli europei Pechino ha investito e non poco in asset e industrie in crisi, aumentando salari e chiedendo serietà alle proprie aziende. E quanto ai sussidi, basterebbe analizzare alcuni «miracoli» economici statunitensi, per ritrovarci lo zampino dello stato. L’Europa naturalmente, con Gran Bretagna e Germania in testa, sembra disposta ad accontentare Pechino. Gli Usa dovrebbero ricordare a questo proposito i tanti paletti posti nel tempo alla Cina in materia di governance in varie organizzazioni internazionali, che hanno finito per portare la Cina a perseguire fini propri e specifici, come ad esempio la banca di investimenti a guida cinese. Si tratta, insieme alla possibilità per lo yuan di finire nel paniere di riserva del Fondo monetario internazionale, di uno dei più importati risultati diplomatici della Cina per quanto riguarda il 2015 (come sottolineato sul The Diplomat dall’analista di Macau, Dingding Chen).

Dati e forze speciali

Non solo scontro economico e commerciale, perché nei giorni scorsi Washington ha fatto sapere di avere dubbi e perplessità anche sulla nuova legge antiterrorismo approvata a Pechino. Si tratta di una legge controversa, che finisce per ampliare e non di poco, il controllo sulle informazioni da parte del governo centrale, attraverso la richiesta esplicita alle aziende di fornire i dati quando richiesto. Il provvedimento legislativo permette — inoltre e per la prima volta — missioni all’estero, in funzione antiterroristica, da parte delle forze speciali cinesi.

La Cina dunque sembra mettersi al passo con i tempi, esattamente come gli Stati uniti. Ma Obama in questi casi dimentica Snowden e la Nsa per sparare contro il partner-rivale cinese. Il procedimento è arrivato insieme ad altre due leggi «storiche»: la prima, ampiamente annunciata, sulla fine dell’epoca del figlio unico, la seconda contro la violenza domestica. Quest’ultimo è un problema sempre sottovalutato in Cina e finalmente affrontato attraverso un provvedimento legislativo.

La stampa secondo il Pcc

Sul fronte diplomatico, va specificato un elemento: se gli Stati uniti insistono nella propria guerra diplomatica alla Cina, si deve registrare un atteggiamento più morbido di molti paesi europei. Si è detto degli appoggi che Pechino ha per quanto riguarda le questioni economiche; più rilevante sembra il fatto che anche la Francia, tradizionalmente paese ostico per i diplomatici cinesi a causa dei suoi continui appoggi alla causa tibetana del Dalai lama, non abbia reagito come ci si poteva attendere, di fronte alla notizia dell’espulsione della propria connazionale, la giornalista del Nouvel Observateur Ursula Gauthier.

«Per la giornalista francese i giorni in Cina sono letteralmente contati: deve abbandonare il nostro paese prima della fine dell’anno dopo aver rifiutato di chiedere scusa per il suo reportage nel quale dimostrava simpatia per i terroristi della regione autonoma dello Xinjiang». Così ha scritto ieri l’agenzia ufficiale cinese Xinhua, confermando l’espulsione, causa mancato rinnovo del visto giornalistico per la reporter francese. Gauthier sarebbe colpevole — e non avrebbe accettato di effettuare pubbliche scuse — di aver criticato il governo cinese e le sue politiche anti terrorismo in riferimento alla repressione del «terrorismo ugihuro», al centro di una guerra a bassa intensità nella regione autonoma nord occidentale.

Nel 2012 era toccato a Melissa Chan, reporter di Al Jazeera essere espulsa dopo una serie di articoli sul funzionamento delle «black jail», carceri nel centro delle città dove vengono sistemati petizionisti e attivisti, in attesa di essere rispediti al luogo di origine o essere processati. Il mancato rinnovo del visto per Ursula Gauthier, giornalista francese da tempo in Cina, conferma una tendenza in atto negli ultimi tempi da parte del governo cinese. L’espulsione sembra essere un avvertimento a tutti: giornalisti cinesi (che finiscono in carcere o sono licenziati con estrema facilità) e giornalisti stranieri. Si tratta, quindi, di un vero e proprio monito.

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