Crisi o crescita? Duello sui dati Eurostat

Nelle elaborazioni dello Sviluppo economico il paragone con gli altri Paesi Ue non premia l’Italia Poi il ministero precisa: tanti i segnali positivi

Francesco Di Frischia, Corriere della Sera • 4/1/2016 • Copertina, DIRITTI ECONOMICI, DIRITTI ECONOMICI, Europa, Studi, Rapporti & Statistiche • 741 Viste

ROMA Disoccupazione giovanile ancora troppo alta, industria in affanno e costruzioni che faticano a decollare. Sono questi tre indicatori, secondo i dati Eurostat rielaborati dal ministero dello Sviluppo economico (Mise), che spingono l’Italia tra gli ultimi posti nell’Ue rispetto ai Paesi che sono usciti più rapidamente e con più energia dalla crisi.
Il clima di fiducia, però, per famiglie e imprese nel nostro Paese è molto alto e lascia ben sperare per il futuro. «Crisi: Eurostat, l’Italia non recupera, peggio di big Ue», è il titolo che fa l’Ansa ieri alle 13.40, mandando di traverso il pranzo a qualcuno nel governo e spingendo il Mise a inviare una precisazione alla stessa Ansa, dove si sottolineano gli aspetti positivi contenuti nelle 43 pagine del Cruscotto congiunturale , il report del ministero oggetto dei lanci di agenzia che hanno innescato il caso. Lanci che, si sostiene dalle parti di Palazzo Chigi, non avrebbero molto valore sia perché lo studio esamina l’economia in modo periodico, e sia perché i dati si riferiscono a ottobre 2015. Sarebbero quindi da considerarsi già superati. Eppure sono bastati all’opposizione per accendere le polemiche. Brunetta (FI) parla di eurogufi alla riscossa e avverte Renzi che «di questo passo ci vorranno 10 anni per tornare ai livelli pre crisi». Dello stesso tenore anche i commenti degli azzurri Romani e Toti secondo i quali l’Europa smentisce Renzi. Una stoccata arriva dalla minoranza pd con il senatore Federico Fornaro: «I dati Eurostat rappresentano un sano bagno di realtà».
Cerca di spegnere ogni polemica Carlo Stagnaro, capo della segreteria tecnica del ministro Federica Guidi (Mise), inquadrando il report in un periodo più ampio: «In Italia la crisi è stata più lunga e dura che nel resto dei Paesi Ue. Abbiamo perso 10 punti di Pil e mentre le altre nazioni dal 2010 hanno iniziato la ripresa. Ora però ci sono segnali positivi, concreti, di ripresa». E Stagnaro cita «la fiducia di famiglie e imprese, la crescita dei consumi, del tasso di occupazione, degli investimenti, dell’export e della produzione industriale. Stiamo ancora sotto i livelli pre crisi ma stiamo recuperando: essendo finiti tanto in basso, ovviamente ci vuole più tempo, ma la ripresa c’è e si consolida, mese dopo mese, come si vede anche sul Pil». Al punto che il governo stima una crescita dell’1,6% nel 2016.
I dolori cominciano quando l’analisi si estende ai confronti internazionali. Il Cruscotto congiunturale segna la distanza tra l’Italia e i big dell’Ue. Ad esempio, sul livello di produzione industriale siamo ancora oltre il 31% sotto ai massimi pre crisi e abbiamo recuperato solo il 3% rispetto ai minimi. Nel confronto con il resto d’Europa, la Francia ha recuperato l’8%, la Germania il 27,8, la Gran Bretagna il 5,4 e la Spagna il 7,5. Ancora più duro il quadro se si guarda alle costruzioni: a ottobre 2015 l’Italia era 85 punti sotto il massimo pre crisi. Per Eurostat, tutti gli altri big hanno invece recuperato dai picchi negativi, dal 3,4% della Francia al 32,9% della Spagna .
Francesco Di Frischia

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