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Pechino svaluta, Borse giù con Milano a -2,7%. Petrolio a picco

Lo yuan ai minimi dal 2011 destabilizza il mercato dei cambi, dubbi della Fed sulla forza della ripresa Usa Banca mondiale: “Crescita più fragile”

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 7/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 565 Viste

Sui mercati è il peggiore inizio di anno dalla Grande Contrazione del 2008. A picco tutti gli indici azionari, le materie prime, le valute emergenti. Mancava solo il test nucleare della Corea del Nord per completare uno scenario geopolitico che esaspera ogni incertezza. Ci si mette perfino la Federal Reserve americana, la banca centrale al timone dell’economia più solida del pianeta: ora trapelano al suo interno dubbi sulla solidità della ripresa. E la Banca Mondiale è costretta a tagliare le sue stime sulla crescita globale. “Epifania nera”: per il resto del mondo non c’è festa della Befana, mercati attivi dunque, e questo 6 gennaio si è aperto con due shock dall’Estremo Oriente.
L’annuncio dell’esplosione nordcoreana non è il più grave. Per l’impatto economico ha avuto maggiore risonanza la decisione della banca centrale cinese di lasciar cadere ulteriormente la moneta nazionale, renminbi o yuan. Che ora si trova ai minimi degli ultimi 5 anni. Più che una svalutazione competitiva manovrata da Pechino per rilanciare l’export, lo scivolone dello yuan è la presa d’atto che dalla Cina continuano le fughe di capitali. Ma comunque il nuovo indebolimento della valuta cinese ha un forte impatto sul resto del mondo, vista la stazza economica della Repubblica Popolare e il suo ruolo nel commercio planetario. Si accentuano le tendenze che spingono ad una “guerra delle valute”, con i paesi emergenti che seguono l’esempio della Cina. L’eurozona perde almeno in parte i benefici della sua stessa svalutazione che è una delle conseguenze degli acquisti di bond da parte della Bce: l’euro rimane debole verso il dollaro ma non lo è verso i mercati emergenti. Un altro aspetto negativo della svalutazione cinese, è quello politico e psicologico. Più la banca centrale di Pechino lascia cadere la sua moneta, più questo “tradisce” la paura dei leader cinesi che il rallentamento della crescita sia grave. La loro preoccupazione, diventa la nostra: si diffonde il timore che la frenata dall’Estremo Oriente sia più brutale del previsto. Non rassicurano neppure le misure prese da Pechino nei confronti della Borsa: acquisiti “politici” di titoli ad opera di banche pubbliche su direttive governative, provvedimenti amministrativi per la messa al bando della speculazione ribassista, esprimono un riflesso dirigista e anacronistico. Prendersela coi ribassisti è come mettere fuori legge il termometro perché non indichi la febbre alta. In quanto alle banche di Stato, hanno già dei bilanci appesantiti dai debiti incagliati senza aggiungerci prese di rischio in Borsa.
Le reazioni dei mercati in tutto il mondo sono state corali, all’insegna della sfiducia. Le perdite medie sono state dell’1% a Tokyo, Taiwan, Sidney e Hong Kong. In Europa Milano (-2,67%) è stata la peggiore, Londra ha ceduto l’1%, Parigi l’1,26%, Francoforte lo 0,9%. Le Borse emergenti hanno toccato i minimi dalla crisi del 2009. Il dow jones ha chiuso a 1,46%. Il petrolio è finito perfino sotto i 35 dollari al barile per la prima volta dal 2004. Può sembrare illogico che crolli ulte- riormente il petrolio, viste le tensioni tra Iran e Arabia saudita: un conflitto del Golfo Persico potrebbe interrompere le forniture di greggio, rendendolo più scarso e più caro. Invece no. I mercati per ora non credono che il conflitto possa sfociare nella guerra, lo confinano alla dimensione economica. Quindi vedono in quella tensione un ostacolo insuperabile ad un accordo in seno all’Opec per ridurre le quote produttive dei paesi membri: così andrà avanti la gara fra Teheran e Riad a chi estrae di più, aumentando l’eccesso di offerta che deprime i prezzi.
Questo conduce al tema della Federal Reserve. La banca centrale americana ieri ha pubblicato le “minute” cioè i testi del dibattito interno che preparò la decisione di metà dicembre: il rialzo dello 0,25% dei suoi tassi direttivi, la prima inversione di tendenza in 9 anni. Ebbene, da quei documenti traspare che la Fed decise il modestissimo rincaro del costo del denaro “per un pelo”. Dietro l’unanimità della decisione finale ci fu un vivace dibattito interno. Alcuni membri del comitato di politica monetaria ritengono che l’inflazione sia tuttora troppo bassa. E’ un tema fin troppo familiare agli europei visto che nel Vecchio Continente domina la deflazione. Ma pure l’economia più solida del mondo, quella americana che entra nel suo settimo anno di crescita consecutiva, ha tuttora un’inflazione ben inferiore all’obiettivo della Fed che è il 2%. Un’inflazione troppo bassa significa soprattutto che i salari crescono poco: questo fa mancare uno dei presupposti fondamentali per la fiducia dei consumatori e delle imprese. Le minute della Fed hanno quindi aggravato il quadro di ieri: con quel che accade in Cina, con la latitanza della ripresa europea, con i ribassi delle materie prime e le crisi dei paesi che le producono, l’autorità monetaria americana deve abbondare in cautela.

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