Global Risks Report

Più caldo, più muri, più sete i rischi per il mondo che verrà

Nella mappa a sorpresa non compare il terrorismo, se non come innesco di altre minacce

ENRICO FRANCESCHINI, la Repubblica • 15/1/2016 • Ambiente, Territorio e Beni comuni, Copertina, Globalizzazione,sviluppo, multinazionali, Studi, Rapporti & Statistiche • 1036 Viste

ALMENO dieci piaghe minacciano il mondo, ma la più terribile è quella che pensiamo o almeno speriamo di avere risolto: il cambiamento climatico. O meglio: l’incapacità di governi e istituzioni internazionali di prendere le misure necessarie a fermare l’effetto serra. Nonostante l’accordo di Parigi, firmato l’anno scorso dalle potenze mondiali, il clima rimane per così dire il pericolo pubblico numero uno per il nostro pianeta secondo il Global Risks Report, il rapporto annuale stilato da 750 esperti e leader del World Economic Forum, l’associazione che si riunisce ogni anno a Davos per discutere i problemi del globo.

Il rapporto 2016 mette dunque la insufficiente o fallimentare risposta al cambiamento climatico in cima alla lista dei rischi all’orizzonte, seguita nell’ordine da altre minacce: le armi di distruzione di massa, la crisi delle risorse idriche, la migrazione involontaria su larga scala, gravi sbalzi nei prezzi dei prodotti energetici (come una nuova crisi petrolifera), una nuova ondata d’instabilità dei mercati finanziari, attacchi cibernetici alla rete informatica mondiale, un aumento di disparità economica e disoccupazione, catastrofi naturali ed epidemie virali (come l’Ebola). Riassumendo, dal titolo del dossier: più muri, più caldo, meno acqua. Questo è lo stato del mondo nell’anno appena cominciato.

La lista non finisce qui, ma continua con il collasso di interi Paesi (è il caso della Siria), i conflitti inter-statali, le crisi di governo. Dalla graduatoria manca però il terrorismo in quanto tale: l’incubo che domina spesso le prime pagine dei giornali e i notiziari tv non è giudicato dal rapporto un rischio “globale”, probabilmente perché il sedicente Califfato oggi come al Qaeda ieri non appaiono in grado, da soli, di stravolgere l’ordine mondiale. Possono temporaneamente accecarlo, confonderlo, spaventarlo, ma non ne prenderanno il posto, né ambiscono a farlo. Perciò il terrore non figura nella classifica dei rischi globali di per sé, ma solo come complice o “grilletto” di altri pericoli: quello delle armi di distruzione di massa, per esempio, nella temuta ipotesi di un attentato biochimico o nucleare, o quello di un attacco informatico che possa far saltare i sistemi militari, civili o finanziari. D’altra parte il rapporto segnala un nuovo, preoccupante sviluppo proprio nell’interconnessione fra un rischio e l’altro: è evidente che il cambiamento climatico può contribuire a scatenare l’immigrazione su larga scala, spingendo la popolazione a fuggire da una regione per cercare sollievo in un’altra. E lo stesso collegamento si può fare tra la scarsità delle risorse acquifere, un’epidemia, una catastrofe naturale, un collasso finanziario. Viviamo in un mondo sempre più globalizzato e inevitabilmente anche i rischi si sono globalizzati.

È la prima volta da quando esiste il Global Risks Report che il cambiamento climatico viene messo in testa all’elenco dei problemi, sebbene la valutazione sia diversa nel breve, medio o lungo periodo: per i prossimi 18 mesi il primo rischio risulta la migrazione involontaria, quella dei popoli costretti a lasciare il proprio Paese da guerra, miserie, instabilità politica; per i prossimi dieci anni il primo rischio è la crisi dell’acqua. «I rischi globali vanno mitigati, ma individuarli serve anche ad adattarvisi», dice Margareta Drzeniek- Hanouz, uno degli autori del rapporto, basato su un sondaggio fra i 750 esperti. «Avvenimenti come la crisi dei profughi in Europa e gli attacchi terroristici hanno aumentato l’instabilità politica globale al livello più alto dai tempi della Guerra fredda», osserva John Drzik, presidente del settore Global Risk della Marsh, la società che sponsorizza l’iniziativa. Un giudizio condiviso dall’Economist nel numero annuale “The World in 2016”, in edicola in questi giorni: un mondo globalizzato è alle prese con minacce crescenti e troppo poco viene fatto per respingerle, scrive Zanny Minton Beddoes, la direttrice del settimanale britannico.

 

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