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Il Grande Fratello in ufficio l’hi-tech spia la pausa caffè

Dal sensore che si accorge se la sedia è vuota al badge che misura lo stress Le nuove tecnologie riducono i confini della privacy sul posto di lavoro

GIULIANO ALUFFI, la Repubblica • 15/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo, Libertà & Nuovi diritti • 1168 Viste

UN giornalista del Daily Telegraph ha trovato sotto alla scrivania, qualche giorno fa, una misteriosa scatoletta, troppo grande per essere una banale microspia. Tutti i suoi colleghi ne hanno trovato una simile. All’inizio, il parallelepipedo nero appariva enigmatico come il monolito di 2001 Odissea nello Spazio. Un solo indizio visibile: la scritta OccupEye in rilievo. Una ricerca su Google ed ecco la verità che l’azienda stava celando: quegli strani aggeggi contenevano sensori di movimento e temperatura capaci di rivelare ai datori di lavoro se una scrivania è occupata. E quindi, di riflesso, se il titolare della scrivania sta lavorando o sta perdendo tempo, magari alla macchina del caffè. L’immediata sollevazione dei cronisti ha costretto la direzione del giornale prima a giustificazioni tardive — l’azienda avrebbe voluto monitorare l’uso delle scrivanie per risparmiare energia e riscaldamento spegnendo luci e caloriferi nelle stanze vuote — e poi a rimuovere le incolpevoli, ma non del tutto innocenti, scatolette nere.

Il controllo dell’email — purché aziendale e non privata — e della cronologia del browser del dipendente non è, oggi, una violazione della privacy: lo conferma anche una recentissima sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, che ha respinto il ricorso di un cittadino romeno contro il licenziamento subito nel 2007 per uso personale, durante l’orario di lavoro, dell’account aziendale su Yahoo Messenger. Ma la scatoletta nera del Telegraph sembra segnare un cambio di paradigma. Il Grande Fratello non si limita a guardarci e a leggere ciò che scriviamo, ma si fa corporeo: vuole toccarci, annusarci, sentire il nostro battito cardiaco. O monitorare l’attività dei nostri neuroni: molti minatori e camionisti australiani indossano il cappellino SmartCap che, attraverso sensori simili a quelli dell’elettroencefalogramma, si accerta che siano vigili e reattivi. I magazzinieri dei supermercati Tesco indossano, in Inghilterra, un braccialetto che traccia i loro spostamenti e la percentuale di lavoro svolta: il dispositivo assegna punti se si finisce prima del previsto e penalità se si fa una pausa senza averla preannunciata. E in Messico si è appena spento l’eco della causa vinta dall’impiegata Myrna Arias contro l’azienda InterMex, che l’aveva obbligata a scaricare l’app Streetsmart di Xora: è un software che spiffera ai manager, grazie al Gps dello smartphone, gli spostamenti dei suoi sottoposti. «Mi fa sentire come un carcerato col suo braccialetto elettronico», si lamentò in tribunale la Arias. Parole che evocano il Panopticon digitale, un’evoluzione dell’idea avuta da Jeremy Bentham nel 1791: un sistema dove la mera possibilità tecnologica di essere sorvegliati basta a trasformarci in zelanti carcerieri di noi stessi.

«La cosa interessante, nel caso del Telegraph, è che l’intromissione nella privacy riguarda parametri puramente fisici — l’occupazione della scrivania — anche se il lavoro del giornalista è di tipo creativo: è paradossale che anche i frutti della knowledge economy vengano giudicati in base  a indici come il calore corporeo» spiega a Repubblica il sociologo Will Davies, docente alla Goldsmiths University di Londra, che nel suo recente saggio The Happiness Industry (ed. Verso) ha analizzato i modi in cui le imprese misurano perfino realtà sfuggenti come la felicità del dipendente. «E c’è anche un altro messaggio, stavolta simbolico. Se le aziende non temono più di palesare il volto del Grande Fratello anche in ambienti che — come i giornali — creano opinione e possono facilmente denunciare un abuso, fin dove si potranno spingere? L’azzardo del Daily Telegraph, più che un oltraggio ai dipendenti, appare come un tentativo di sondare le acque.

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