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Cgil, ecco la Carta dei diritti universali

Susanna Camusso presenta la proposta di un nuovo Statuto dei lavoratori: dovrà diventare una legge, a cui verranno accoppiati dei referendum

Antonio Sciotto, il manifesto • 19/1/2016 • Copertina, Sindacato • 1478 Viste

Sindacato. «Ma non è una crociata solo contro il Jobs Act». Riposo, maternità, equo compenso e ammortizzatori per tutti, indipendentemente dal tipo di contratto. La consultazione degli iscritti CGIL e il confronto con Cisl, Uil e associazioni

Si chiama Carta dei diritti universali del lavoro, e rappresenta, nei progetti della Cgil, il nuovo Statuto per i lavoratori del futuro: 97 articoli in 64 pagine che dovrebbero diventare una proposta di legge di iniziativa popolare. Il concetto chiave, come ha spiegato ieri la segretaria Susanna Camusso in una conferenza stampa tenuta ineditamente davanti alla stazione Termini, è quello di «regolare i diritti non più in base alla tipologia contrattuale, ma definendoli per tutte le persone che lavorano, qualsiasi rapporto abbiano». Dipendenti a tempo indeterminato o determinato, partite Iva, collaboratori dei tipi più vari, tutti dovranno godere di un corredo di diritti unico e universale, che verranno magari poi usufruiti in maniera diversa a seconda dei casi.

Per sostenere la sua proposta, la Cgil ha indetto una consultazione straordinaria delle iscritte e degli iscritti, «che per la prima volta nella sua storia — ha spiegato Camusso — non riguarda un accordo o un contratto, ma la direzione politica e strategica della confederazione». I tesserati verranno chiamati a esprimersi — attraverso assemblee nei luoghi di lavoro e nelle leghe pensionati — sul testo, ma nel frattempo «vorremmo aprire — ha proseguito la segretaria Cgil — un dibattito più vasto possibile, con le associazioni dei lavoratori autonomi, gli intellettuali e i giuristi, con Cisl e Uil. E naturalmente ci confronteremo con la politica», anche perché l’augurio è quello che prima o poi la legge arrivi a essere discussa appunto in Parlamento.

Camusso ha comunque sottolineato il carattere «autonomo» della proposta di legge, slegata dai partiti e puramente “cigiellina”: a maggior ragione per il fatto che la Carta verrà accompagnata (se gli stessi iscritti lo approveranno con la consultazione) da una serie di quesiti referendari «che puntano ad abrogare tutte le norme che negli ultimi anni hanno destrutturato e diminuito i diritti del lavoro». «Non si deve fare l’equazione diretta Carta del lavoro–Jobs Act — ha poi aggiunto la leader Cgil — Non stiamo lanciando un referendum abrogativo che si concentra sulle leggi varate dall’ultimo governo, ma andremo a toccare provvedimenti anche dei passati esecutivi, dal Collegato lavoro all’Articolo 8, norma che permette di derogare alle leggi».

La Carta è divisa in tre parti. Nella prima sono definiti i diritti che dovranno essere riconosciuti a tutti i lavoratori. Elenca i principali la stessa Camusso: «Il riposo, la maternità e la paternità. Il diritto a essere informati sulle proprie condizioni di lavoro e alla sicurezza. La libertà di espressione. Il diritto a non essere discriminati e quello alla riservatezza. Al sapere, che è istruzione e formazione continua. Il diritto d’autore: il rispetto dovuto alle creazioni dell’intelletto, non permettendo che le imprese le inglobino senza riconoscimento».

E ancora: «L’equo compenso, gli ammortizzatori sociali e il sostegno al reddito, il diritto alla tutela pensionistica». Lo sforzo della Cgil, al di là della battaglia per i contenuti, è quello di andare a intercettare tanti nuovi lavoratori — giovani ma non solo — che hanno impieghi sempre più saltuari e intermittenti, spesso di intelletto, e che non si concentrano necessariamente nella fabbrica, nel call center o nel centro commerciale. I lavori di intelletto, o del terziario, spesso raggiungibili solo attraverso i social.

Molti di loro, anche gli autonomi, ha spiegato Camusso, oggi sentono il bisogno di una tutela collettiva e del sindacato: spesso perché la partita Iva è imposta, e di fatto si è dipendenti mascherati, ma diritti come la malattia, le ferie, i riposi, devono essere patrimonio comune di chiunque lavori, anche se genuinamente autonomo. Nessuno spazio però, in questa prospettiva, per il reddito di cittadinanza: «L’obiettivo resta il diritto al lavoro, con i dovuti ammortizzatori».

La seconda parte della Carta è dedicata alla contrattazione: «Deve essere inclusiva — ha spiegato Camusso — e avere valore per tutte le figure di un settore. Bisogna realizzare l’articolo 39 della Costituzione, la validità erga omnes, certificando la rappresentanza, anche delle imprese. E cancellare le deroghe». Altro articolo della Costituzione da applicare, il 46: «La partecipazione, che per noi significa conoscere e potere intervenire sugli investimenti e l’organizzazione».

Infine, la parte dedicata al «riordino delle tipologie contrattuali»: con un’attenzione ai nuovi fenomeni, come «l’esplosione dei voucher», o la «trasformazione dell’apprendistato, visto che sembra sempre più complicato ricevere un’autentica formazione». I 97 articoli non dovranno valere solo per i lavoratori privati, ma includono anche il pubblico impiego.

«La nostra non è una battaglia difensiva, per tornare al passato — ha concluso Camusso — ma intendiamo guardare al futuro. Certo che serve una tutela contro i licenziamenti ingiustificati, ma noi non raggiungeremo i nostri obiettivi solo abrogando, perché non basterebbe. Bisogna anche costruire».

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