La nuova questione sociale è il lavoro indipendente

La nuova questione sociale è il lavoro indipendente

Il lavoro e la questione sociale. Sono ancora questi gli incubi del Presidente del Consiglio Renzi a quasi due anni dal suo insediamento. E ora sembra giunto il momento, più volte annunciato, per fare i conti con questi incubi. In extremis, come spesso accade nel nostro Paese. Il Governo ha infatti aspettato l’ultimo Consiglio dei Ministri disponibile del mese di gennaio per presentare misure estremamente delicate e urgenti. Solamente entro questa scadenza possono infatti essere ratificati quei disegni di legge governativi «Collegati alla Legge di Stabilità» che vogliano ottenere un binario preferenziale in Parlamento, per dare maggiore celerità al procedimento legislativo parlamentare.

Ecco così un primo disegno di legge riguardante «la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale», cui si lega la disciplina del lavoro subordinato su piattaforme tecnologiche, «da remoto», il cosiddetto «lavoro agile». Accanto c’è un altro disegno di legge, contenente misure contro la povertà, per favorire quel Piano nazionale che unifichi tutti gli interventi pubblici per la promozione dell’inclusione sociale.

Un pacchetto normativo che interviene su due nervi scoperti del «sistema Paese». Da una parte la previsione di tutele e garanzie per il lavoro autonomo, che sarebbe bene fossero estese a tutti i soggetti del lavoro indipendente, intermittente e flessibile, lasciati da sempre in un cono d’ombra, anche dopo i mastodontici pacchetti del Jobs Act. E alla luce di un progressivo e diffuso impoverimento del lavoro autonomo e professionale dentro la crisi, come è testimoniato dalla sofferenza anche di quelle che eravamo abituati a pensare come tradizionali professioni liberali (avvocati, ingegneri, etc.), sempre più spinte verso il basso delle retribuzioni e la contrazione delle commesse.

Dall’altra un primo tentativo di uniformare il quadro legislativo in tema di ammortizzatori sociali, per definire garanzie di base contro il rischio di esclusione sociale. Anche se da una prima lettura del DdL sembrerebbe che queste previsioni riguarderanno solo la lotta alla povertà assoluta, con il solito impianto familistico, non introducendo né un sussidio universale di disoccupazione, né un reddito minimo garantito: primi, necessari e ineludibili strumenti di un Welfare universalistico, non a caso previsti in tutti gli altri Paesi dell’Europa continentale e non solo. Dinanzi alla penuria di questi misure, non è per nulla un caso che proprio in questi giorni il Ministro Pier Carlo Padoan abbia presentato alla Commissione occupazione del Parlamento europeo uno schema di Fondo unico contro la disoccupazione, del quale parlarono negli anni scorsi anche l’attuale Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker e il suo Commissario agli affari economici Pierre Moscovici, a quei tempi ministro delle Finanze del governo francese. Ovviamente non se ne fece nulla.

Così, nei prossimi mesi, al netto di quel che succederà in Europa, le maggiori novità potrebbero arrivare dal DdL sulle tutele del lavoro autonomo. Si prefigura come un importante campo di battaglia politica, sociale, culturale, ancor prima che parlamentare. Potrebbe riguardare circa due milioni di lavoratori autonomi, di seconda e terza generazione, con la loro giusta pretesa di inclusione in una «nuova» cittadinanza sociale.

È in ballo la promozione dell’autodeterminazione individuale e le garanzie di una solidarietà collettiva. Universalizzare le tutele per affermare una nuova idea di lavori e di società. C’è da scommettere che gli incubi di Renzi non finiranno a breve.



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