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Austerity, la fabbrica della bad bank

In Svezia nasce la prima «bad bank», in Italia arriva con il Sanpaolo e il Banco di Napoli. Senza aiuti di stato, con le «sofferenze» che abbiamo, è difficile uscire dai problemi del nostro sistema

Alfonso Gianni, il manifesto • 27/1/2016 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 621 Viste

In vista del Consiglio dei ministri del 28 gennaio quando si troverà sul tavolo il delicato dossier sulle banche, il ministro dell’economia Pier Carlo Padoan si è recato a Bruxelles, dove non gli è parso vero di fare sfoggio di infondato ottimismo definendo, di fronte alla Commissione lavoro dell’europarlamento, la situazione italiana come «in ripresa» e persino connotata da «un’occupazione di migliore qualità». Non abbiamo ancora i dettagli, ma nel successivo confronto con la commissaria europea alla concorrenza, Margrethe Vestager, sarà risultato difficile a Padoan mascherare le difficoltà in cui si dibatte il paese, specificatamente per quanto riguarda il suo settore bancario, da sempre presentato come tra i più solidi.

Un arretramento di dieci punti di Pil e la perdita del 25% di produzione industriale, quali si sono verificati nella nostra economia nella Grande Crisi, non potevano non avere effetti deleteri sullo stato di salute dei crediti delle banche. Infatti dal 2008 i crediti deteriorati (o non performing loans, Npl) accumulati dal sistema bancario italiano ammontano 350 miliardi di euro. Sono catalogati in quattro categorie, delle quali la più consistente e preoccupante è costituita dai bad loans, che ammontano a circa 200 miliardi, ovvero i prestiti per i quali il debitore è già fallito. Sono le sofferenze vere e proprie. Poi ci sono gli “incagli” (ovvero prestiti che la banca reputa di improbabile restituzione); gli “scaduti” (da più di 90 giorni); i “ristrutturati” (quelli su cui la banca è già intervenuta per facilitare il debitore sui tempi e sui tassi di restituzione).

L’idea su cui si muove il governo italiano e su cui ruota il dibattito è la costituzione di una o più bad bank, cioè un nuovo veicolo societario che gestisca i crediti deteriorati, correndo tutti i rischi del caso, ma anche godendo degli eventuali rendimenti ovviamente più alti data l’improbabilità del recupero. E’ un sistema che ha preso le mosse nei primi anni Novanta. In Europa fu la Svezia a sperimentare una delle prime bad bank. La sua comparsa in Italia avviene a cavallo del secolo quando il Sanpaolo dopo l’acquisizione – salvataggio del Banco di Napoli si servì di una Società per il recupero dei crediti in sofferenza.

Il problema è naturalmente stabilire quali siano i prezzi di mercato dei crediti deteriorati. Ma ve ne è uno che lo sovrasta. Cosa dovrebbe succedere infatti se i pacchetti di crediti acquistati dalla bad bank determinassero in realtà un rendimento inferiore al prezzo con cui sono stati pagati? Visto che nessuno ci vuole perdere, e meno che mai nel mondo bancario, dovrebbe a questo punto scattare una sorta di rete di salvataggio. E questa verrebbe naturalmente garantita dallo Stato. Anche le più raffinate e sofisticate soluzioni avanzate da economisti e gruppi di studiosi, come quelli della Luiss, finiscono inevitabilmente per poggiare sull’intervento dello stato, quale salvatore in ultima istanza. Ciò che viene teoricamente e praticamente negato dai fautori del neoliberismo, ovvero lo Stato come acquirente in ultima istanza per impedire la speculazione sui titoli del debito pubblico, oppure lo Stato occupatore in ultima istanza per favorire l’incremento dell’occupazione, viene perfettamente previsto e attuato per sgravare le banche dei crediti deteriorati.

Qui si innesta lo scontro con l’Europa che è il vero e concreto sottostante ai recenti bisticci fra Renzi e le massime autorità della Ue. Infatti se l’assicurazione pubblica ha un costo molto basso potrebbe essere considerata un aiuto di Stato – che la Ue aborrisce — e le banche potrebbero sgravarsi dei crediti deteriorati gonfiandone il prezzo. Se quel costo invece fosse più alto potrebbe risultare inappetibile e quindi inservibile ai fini dello sgravamento dei crediti inesigibili dal bilancio delle banche. Nelle intenzioni del governo, almeno finora, la garanzia dovrebbe essere fornita da una controllata della Cassa depositi e prestiti, le cui potenziali funzioni di agente per il rilancio dell’economia produttiva verrebbero invece curvate al servizio del salvataggio di un sistema bancario nel quale si sono aperte oramai troppe falle per poterlo continuare a definire solido e sano.

Ma i crediti malati non si sono certamente materializzati tutti d’un colpo. Come abbiamo visto sono giunti a quell’impressionante volume come conseguenza della crisi e delle politiche di austerity che l’hanno ingigantita e prolungata. Intanto i governi che si sono succeduti hanno fatto finta di non vedere. Come hanno osservato diversi analisti finanziari, il governo italiano, che ora pesta i piedi e rotea i pugni, ha la responsabilità di essersi mosso troppo tardi per intervenire sulle sofferenze bancarie, perdendo l’opportunità di farlo – come ad esempio è successo nel caso spagnolo – quando questo ancora non andava direttamente a sbattere contro i divieti della Ue. La campana d’allarme rappresentata dall’entrata in vigore del bail in (ovvero dell’obbligo degli azionisti, dei possessori di obbligazioni e dei depositanti sopra i 100mila euro di partecipare al salvataggio degli istituti di credito in difficoltà) ha colto il governo Renzi in un sonno troppo profondo.

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