Calais

Calais: i costi umani della non-Europa

Crisi dei migranti. Bertrand, presidente della Regione, chiede l’intervento dell’esercito. Week end di manifestazioni. 8 fermi tra i rifugiati e i No Border. Corbyn alla Grande-Synthe. L’opera di protesta di Banski a Londra

Anna Maria Merlo, il manifesto • 26/1/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 848 Viste

I costi umani della non-Europa sono andati in scena di nuovo a Calais, nel fine settimana. La deriva che ha portato all’ognuno per sé e a cercare di scaricare sul vicino il problema dei rifugiati è arrivata ormai a un punto forse di non ritorno: ieri, il neo-presidente della regione Nord-Pas-de-Calais-Picardie, Xavier Bertrand, républicain eletto anche con i voti della sinistra per evitare la vittoria di Marine Le Pen, ha chiesto a François Hollande, «in quanto capo degli eserciti», di inviare le forze armate sul posto, riprendendo una proposta della sindaca di Calais, Natacha Bouchart (anche lei dei républicains). «Oggi il problema di Calais dipende dal ministero degli Interni, è vero, che mette qui le forze dell’ordine, ma non basta — ha detto — tocca anche al ministero della Giustizia, a Christiane Taubira, bisogna che la risposta della giustizia sia più forte e molto più dura. Ma se vogliamo securizzare di più, sono convinto, come Natacha Bouchart, che ci vogliono rinforzi militari».

Domenica, una prima risposta è arrivata dal ministro Bernard Cazeneuve, che ha assicurato la «determinazione totale del governo per assicurare l’ordine pubblico a Calais”. Il ministro degli Interni ha ricordato che “da mesi” sono mobilitate a Calais “17 unità di Crs (polizia) e gendarmi mobili” e che sono stati fatti “importanti lavori di securizzazione del tunnel e del porto”. Cazeneuve ha messo sul tavolo alla riunione Interni di Amsterdam “l’urgenza di mettere in atto le decisioni prese a livello europeo di fronte alla crisi dei migranti” e il 3 febbraio riceverà a Parigi, con Taubira, Bertrand e un deputato Ps della regione. Sul piano giudiziario era attesa ieri in serata una sentenza per 6 rifugiati e 2 militanti No Border, accusati di violenze alla manifestazione di sabato.

Sabato, c’è stato a Calais un corteo pacifico di solidarietà con i migranti, per chiedere condizioni decenti di accoglienza, a cui hanno partecipato circa 2mila persone, dalla «giungla» fino a Place d’Armes, in centro. I manifestanti non hanno risposto alle provocazioni del gruppo di estrema destra Sauvons Calais. Un abitante ha persino puntato un fucile contro i migranti. A fine manifestazione, un gruppo ha forzato una barriera che da mesi ormai difende l’entrata del porto e qualcuno è riuscito a salire sul ferry Spirit of Britain, arrivato da Dover. L’intervento della polizia è durato tre ore, fino all’evacuazione e al fermo di 24 rifugiati e 11 militanti No Border. La destra è esplosa a causa di una scritta sulla statua di De Gaulle e della moglie Yvonne (che era di Calais) — «Nik la France» (nique la France, Francia va a farti fottere) — «una volta di più c’è la prova che manifestazioni organizzate da pseudo-difensori dei migranti hanno l’obiettivo di perturbare la vita economica», ha commentato la sindaca Bouchart.

Domenica, c’è stata un’altra manifestazione, soprattutto di commercianti, un migliaio di persone «per difendere l’occupazione», con lo slogan «il mio porto è bello, la mia città è bella, sostenere la nostra città, il nostro porto, i nostri negozi e i nostri posti di lavoro». Il presidente del Porto di Calais, Jean-Marc Puissesseau, ha chiesto ai politici «una riunione di crisi rapidamente». Calais è il più grande porto passeggeri francese, con 11 milioni di traghetti l’anno.

Ma la zona è ormai diventata una polveriera: 4mila-4.500 persone vivono nella «giungla», in tende di fortuna, in mezzo alla sporcizia, al fango, al freddo. Aspettano di cogliere il momento opportuno per passare in Gran Bretagna.

Con gli accordi del Touquet, firmati tra Francia e Gran Bretagna nel 2003 in seguito alla chiusura del centro di Sangatte, le dogane britanniche effettuano controlli sul territorio francese (e i francesi a Dover, ma nella direzione Gran Bretagna-Francia c’è molta meno gente).

Chi non ha i requisiti per ottenere l’asilo, viene rispedito sotto giurisdizione francese. Londra ha anche versato dei soldi a Parigi per rafforzare le barriere.

È stata costruita una cancellata alta vari metri per difendere l’accesso al porto, sono ormai protetti anche i posteggi per i camion, per non parlare dell’accesso all’Eurotunnel e ai treni Eurostar. È stata persino inondata una zona per rendere più difficile l’avvicinamento.

A metà gennaio, è stata sgomberata una zona tampone della «giungla», per meglio isolare il campo profughi dal porto e 1.500 persone sono state trasferite in container.

Sabato, alla Grande-Synthe, vicino a Dunkerque, dove c’è un altro campo con 2.500 persone, c’era anche Jeremy Corbyn, il leader laburista, che ha denunciato le condizioni di vita. Ma David Cameron non si muove, teme un effetto-Calais sul referendum del Brexit.

Su una staccionata vicina all’ambasciata francese a Londra, l’artista Bansky ha evocato I Miserabili di Victor Hugo, con Cosette che piange per i lacrimogeni e un Qr che rimanda a un video sulla situazione dell’ong Calais Migrant Solidarity.

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