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Così rinasce “Ora”, il futuro è cooperativo

Uno storico marchio degli arredi ufficio arriva sull’orlo del fallimento. I lavoratori non si arrendono e assistiti da Legacoop rilevano l’impresa

Antonio Sciotto, il manifesto • 23/1/2016 • Buone pratiche e Buone notizie, Copertina, Lavoro, economia & finanza, Storie • 1057 Viste

Operai. «Amiamo quello che facciamo, e non potevamo disperdere un patrimonio di conoscenze». Da Pomezia alla Russia, fino ai paesi arabi: il business è ripartito

POMEZIA (ROMA). Il momento più difficile, gli operai della Ora Acciaio, l’hanno vissuto lo scorso dicembre: quando sembrava che tutti gli sforzi fatti per rilevare l’impresa per cui avevano lavorato da oltre 20 anni non sarebbero andati a buon fine. Avrebbero dovuto chiudere il loro stabilimento sulla Pontina, mettere in soffitta per sempre il marchio vintage che dal 1960 ha contribuito a fare la fortuna di questa fabbrica di arredi per ufficio. Mai più scrivanie, poltrone, pareti attrezzate da inviare ai businessmen di Mosca, o agli sceicchi dei paesi del Golfo. Le stanze elegantemente ammobiliate della Consob, del Coni, delle Poste, del ministero del Tesoro e degli interni, soltanto un bel ricordo.

Ma per fortuna è arrivato il workers buyout, un procedimento che permette ai dipendenti di rilevare la propria azienda in crisi, organizzandosi in cooperativa. L’idea, tra l’altro, è venuta agli stessi operai e tecnici di Ora Acciaio: «L’abbiamo fatta nostra anche grazie al sindacato», racconta Marco Casentini, delegato della Fillea Cgil. I lavoratori — che nei momenti d’oro della storia di Ora sono stati anche cento — adesso si sono ridotti a una ventina, ma hanno individuato un nucleo sufficiente di persone che potesse mantenere in vita lo stabilimento, e si sono rivolti alla Legacoop.

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la facciata della fabbrica/showroom sulla Pontina

«I primi a crederci devono essere i lavoratori stessi, nessuno può sostituire le vostre capacità e la vostra passione, l’amore per quello che fate», spiega il presidente nazionale di Legacoop Mauro Lusetti, parlando all’assemblea di inaugurazione della rinata Ora Office (nome che, dopo la costituzione della cooperativa, ha sostituito il vecchio). «Noi, quando valutiamo un progetto di workers buyout, cerchiamo di vedere se possa avere realmente un futuro: qui ci sembrava si potessero salvare i posti di lavoro, e anche una grande ricchezza di competenze».Il presidente della cooperativa è Fabio Gobbi, ex direttore dello stabilimento, quando ancora c’era un padrone: si commuove mentre illustra agli operai, e alle famiglie che li accompagnano, mogli e bambini, le prospettive della fabbrica: «Contiamo di riprenderci progressivamente le nostre quote di mercato, di assumere. Il primo anno diventeremo 25, al terzo puntiamo a essere 45. L’obiettivo è 3,1 milioni di fatturato per il 2016, per passare a 5 e poi a 6 nei due anni successivi». Reinventarsi imprenditori, quando si è stati dipendenti, non è certo semplice.

Ma era l’unico modo per sopravvivere. Il capofabbrica Carmine Fedele, da 20 anni alla Ora, ci accompagna a vedere i macchinari: dove vengono tagliati i pannelli di legno, verniciati, lucidati. Accoppiati secondo una numerazione che deve essere rispettata con precisione, altrimenti si rischia di dover ricominciare da capo: «Bisogna rispettare il senso della venatura del legno, le fiamme devono andare tutte nello stesso senso».

Con lui c’è Daniele Annese, più giovane, sui 40 anni, dell’ufficio tecnico: spiega che per operare alle macchine servono anche conoscenze di matematica e trigonometria, ci sono dei computer che hanno velocizzato (e anche standardizzato) alcune parti della lavorazione, ma che si devono saper utilizzare. Sembrano a casa loro, tanto bene conoscono ogni angolo dello stabilimento. Pensandoci, in effetti, ormai sono a casa loro.

La prima bolla di spedizione è per la Svizzera, ma la prima grossa commessa in preparazione è diretta in Arabia: 5 uffici completi per una grossa società elettrica. Un altro ordine importante viene dal Qatar, dove apprezzano il mogano e il legno scuro wengè.

Andrea Laguardia, Legacoop Servizi, spiega di aver capito subito che gli operai della Ora «avevano le carte in regola per farcela»: «Purtroppo dobbiamo dire diversi no, non tutti i progetti sono sostenibili, ma loro possono già pensare a produrre e a vendere. E a lasciare un patrimonio industriale e di conoscenze ai propri figli».

Accanto a Legacoop, per finanziare, sono intervenute anche Cfi e Coopfond. Dal 2008 sono già 48 i casi di workers buyout andati in porto in Italia — spiega Legacoop — con 13,6 milioni di euro di interventi Coopfond e 56 milioni di investimenti attivati. Sono 1.066 i soci coinvolti, e 1.242 i posti di lavoro salvati. Idee per battere la crisi.

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