borse cinesi

I capitali fuggono da Pechino e l’Europa torna anello debole

Lo scenario. Il Dragone paga le mosse della Fed e le tensioni nel Golfo Persico, proprio mentre Xi cerca di convertirlo a un modello di sviluppo sostenibile

Federico Rampini, la Repubblica • 5/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 692 Viste

Torna lo spettro di una crisi made in China e affonda le Borse mondiali. Con due novità rispetto all’estate 2015. Anzitutto, la tempesta asiatica s’intreccia stavolta con la tensione nel Golfo Persico: Cina e Giappone continuano a dipendere dal petrolio mediorientale. Poi c’è la nuova fase della politica monetaria americana che ha imboccato la strada dei rialzi nei tassi d’interesse. In mezzo c’è l’Europa, ed è urgente che “batta un colpo”: dalla Bce alle politiche di bilancio dei governi, tutti dovranno attrezzarsi ad affrontare un 2016 che si annuncia tempestoso.
La caduta del 7% alla Borsa di Shanghai, che ha fatto scattare la sospensione per il resto della giornata delle contrattazioni, ci riporta agli eventi dell’agosto scorso. Che non furono un incidente casuale, ma un segnale premonitore. L’illusione che la caduta di Borsa fosse superata con gli interventi dirigisti del governo cinese (inclusa la “caccia all’untore” con arresti di speculatori ribassisti) non ha mai convinto gli investitori internazionali. Da allora le fughe di capitali non sono terminate, anche quando il governo di Pechino è intervenuto ad arginare artificialmente quel crollo di Borsa mobilitando le banche pubbliche perché comprassero titoli. La svalutazione dello yuan non aiuta: aumenta l’incentivo a spostare capitali sul dollaro. Né aiuta il fatto che il presidente Xi Jinping abbia ottenuto dal Fondo monetario internazionale il riconoscimento dello yuan come una moneta globale di pari dignità con dollaro ed euro: questo implica una liberalizzazione dei movimenti di capitali di cui il risparmiatore cinese approfitterà per investire all’estero. Infine, malgrado l’enorme accentramento di potere nelle sue mani (e le scelte innovative che ha fatto su ambiente e politica delle nascite) Xi ha fallito finora nel settore cruciale per l’economia: la riforma delle aziende di Stato, il “buco nero” dell’economia cinese dove si annidano inefficienze, debiti enormi, corruzione. La Repubblica Popolare ha appena intrapreso una delicata riconversione verso un nuovo modello di sviluppo, meno fondato sull’industria pesante e sullo sfruttamento di manodopera a buon mercato, più sostenibile. Per adesso di quella riconversione si vede soprattutto il lato negativo: calano la produzione, l’export, la crescita. Tuttavia Xi guarda lontano, nutre aspirazioni molto ambiziose, vede la Cina come la vera sfidante strategica alla leadership americana. La scommessa sullo status internazionale dello yuan comporta dei prezzi da pagare, inclusa nel breve periodo un’emorragia di capitali. Il percorso verso il traguardo finale può comportare incidenti gravi: del resto nel “secolo americano” gli Stati Uniti ebbero anche una Grande Depressione e diverse altre crisi finanziarie.
Nel breve termine questo sussulto di panico asiatico è scatenato dalla rissa tra Iran e Arabia Saudita. Nello scenario più catastrofista, che Pechino e Tokyo non possono escludere, si andrebbe verso la “quarta guerra del Golfo”, dopo i conflitti Iran-Iraq, l’invasione di George Bush padre nel 1991 e quella del figlio nel 2003. Il Medio Oriente ha perso la sua centralità energetica globale, però resta essenziale per il fabbisogno energetico dei cinesi e dei loro vicini. L’unico gendarme internazionale presente in quell’area è la Quinta Flotta americana che presidia Golfo Persico, Mare Arabico, Oceano Indiano. È paradossale che la sicurezza energetica di Pechino debba dipendere da Washington, ma è una delle contraddizioni tipiche dell’epoca in cui viviamo: ancora aggrappati a quel che resta di una leadership “unipolare”. Da Washington il mondo intero subisce anche un’altra influenza, quella monetaria. Sua maestà dollaro rimane per il momento la valuta egemone. Perciò nessuno è immune da ripercussioni, quando cambia il segno della politica monetaria americana. Dopo sette anni di tasso zero, sul finire del 2015 la Federal Reserve ha deciso la prima inversione di tendenza. Con cautela e gradualismo, si è aperta una fase nuova, con la prospettiva di rendimenti crescenti sui titoli in dollari. La Fed aveva inondato di liquidità il mondo intero per uscire dalla crisi, stampando 4.000 miliardi di dollari per acquistare bond. Dalla fine del 2015 ha decretato “missione compiuta”. Il che significa che la marea si ritira: a cominciare dai Paesi emergenti che subiscono fughe di capitali, diretti verso gli Usa.
L’eurozona viene colta ancora un volta in controtendenza. Per colpa delle resistenze tedesche la Bce di Mario Draghi ha dovuto attendere cinque anni prima di imitare la ricetta vincente degli Stati Uniti. I primi effetti benefici della svalutazione dell’euro hanno appena cominciato a diffondersi in Europa. Ma la ripresa è un germoglio fragile, i numeri di questa crescita sono modesti, la disoccupazione resta elevata. Non aiuta certo l’austerity: mentre la politica monetaria spinge moderatamente sull’acceleratore, le politiche di bilancio premono sul freno. Mentre l’eurozona è in questo limbo di semi-crescita, arrivano gli shock esterni da Medio Oriente, Cina, Stati Uniti. Il Vecchio continente è reduce da mesi in cui “altri” hanno deciso la sua agenda politica: la Russia con le aggressioni a Crimea e Ucraina, la guerra civile in Siria e lo Stato Islamico con gli esodi di profughi, gli attentati terroristici di Parigi. Tra le turbolenze cinesi e il nuovo corso della Fed, il rischio è che l’Europa continui a subire.

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