Chapo

Intervista al Chapo: scoop di Sean Penn

Nel 2012 i primi contatti, a ottobre il colloquio di 7 ore in Messico. Ma da lì per il superboss cominciano i guai

Guido Olimpio, Corriere della Sera • 11/1/2016 • Copertina, Internazionale • 784 Viste

WASHINGTON Rodrigo non sarà contento. Era seduto alla destra di Sean Penn nel nascondiglio de El Chapo, un momento dell’incredibile intervista concessa dal boss all’artista e uscita sulla rivista Rolling Stone. Rodrigo, uno dei fedelissimi del padrino, fissava l’attore a lungo, «uno sguardo che andava lontano» ed evocava morte. Al gangster probabilmente non piaceva quella situazione. Aveva ragione perché da quel giorno sono cresciuti i guai e il capo dei capi è finito poi in galera.
La cattura è diventata l’epilogo di un film vero, a metà strada tra le telenovelas e «Argo», con la star che forse causa l’arresto del narco-leader, talmente vanitoso da rendere confessione piena: «Fornisco più eroina, marijuana, anfetamine e cocaina di qualunque altro al mondo».
Potenza e denaro non placano la voglia di Joaquin Guzman, alias El Chapo, di alimentare quella realtà fatta di crudeltà, leggende, ballate popolari, Miss di bellezza, illegalità, soldi a palate. Il «corto», l’uomo che ha iniziato a 15 anni a fare il contrabbandiere perché «non c’erano altri lavori», è umile ma decide i destini.
Il primo atto della storia si consuma nel 2012. Kate Del Castillo, interprete di successo, si rivolge con rispetto via web al Chapo, gli chiede di cambiar vita. Lui risponde con un dono floreale. Quando due anni dopo è in prigione mantiene una corrispondenza fitta con lei, vuole che sia girato un film sulla sua vita e chiede che sia Kate a gestire lo show. Il filo, grazie ad amicizie comuni, tira dentro Sean Penn, personaggio impegnato politicamente e mai ortodosso.
Nasce l’idea dell’intervista, la pianificano attraverso incontri a Parigi e in California, contatti con telefoni criptati, altri usati solo un giorno. Funziona, il boss accetta. Il 2 ottobre gli attori e uomini del trafficante volano con un jet charter in un luogo non precisato del Messico, li aspettano dei Suv, uno guidato da Alfredo Guzman, il figlio del capo. Sosta in un hotel, lasciano cellulari e computer, quindi il nuovo trasferimento. Prima a bordo di un aereo protetto — dicono — da sistemi elettronici, informatori e diversivi, compreso il cambio all’ultimo istante della zona d’atterraggio. Infine un viaggio di 7 ore in fuoristrada per raggiungere il rifugio, pare a Tamazula, Durango. Sono le 21.
El Chapo li accoglie, mangiano carne alla brace, riso, fagioli, tacos. Bevono Tequila e parlano per 7 ore. Attorno una trentina di sicari, un centinaio nel perimetro esterno. Guzman è candido, ironico, mentre Penn ascolta comprensivo, cita la «cavalleria» dell’ospite, non maschera il nervosismo scrutando il cielo. E’ certo di essere stato seguito. El Chapo, invece, è sicuro di sé e afferma: non sono un violento, non ho mai iniziato per primo, non tocco la droga da 20 anni, non sogno, non finirà mai. Il trafficante — e Penn è d’accordo — rigetta la colpa sulla domanda di stupefacenti che arriva dal mercato americano. Se potesse, aggiunge, si dedicherebbe al petrolio, ma i suoi soldi sono sporchi e non può investire. Dal racconto emerge anche un dettaglio sulla famosa evasione in luglio: decisivo il ruolo di alcuni ingegneri, esperti di tunnel, giunti dalla Germania.
C’è una pausa, vorrebbero riprendere, ma El Chapo è costretto a partire, promette un nuovo incontro per l’11. Seguono altri viaggi in Messico, consultazioni, Kate e un avvocato mediano. L’appuntamento salta perché i marines braccano il boss, lo mancano per poco a Pueblo Nuevo. Scatta il piano B: manderanno delle domande scritte e Guzman risponderà con un video. E’ quello che accade, Guzman vi appare con una camicia celeste, è in campagna, parla mentre si sente un gallo cantare. Tre mesi dopo Joaquin è catturato a El Mochis, trapela la vicenda del film, le autorità aprono inchiesta su Penn e Kate, vogliono interrogarli. Per alcuni sono mosse per coprire intrighi, per altri solo irritazione. La Casa Bianca, «infuriata» per l’apologia del crimine, allude a «interrogativi» da spiegare. I moralisti se la prendono con la star e Rolling Stone , accusandoli di aver violato regole morali. Sdegno con tanta invidia per lo scoop. Non c’è modo di sapere cosa ne pensino i seguaci del boss, difficile che siano contenti.
Guido Olimpio

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