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La Bce prova a chiarire “Nessun caso Italia” Banche ancora giù

Eurotower: routine le informazioni chieste sui crediti Padoan: solo uno studio. Milano guadagna l’1%

VITTORIA PULEDDA, la Repubblica • 20/1/2016 • Copertina, Europa, Lavoro, economia & finanza • 779 Viste

Nessuna preoccupazione specifica per le banche italiane, un test che riguarda molti istituti di credito in giro per l’Europa; e ancora, richieste standard, una prassi diffusa. Ieri autorità e istituzioni hanno fatto a gara per gettare acqua sul fuoco, dopo la tempesta che ha investito le banche italiane quotate e che, in maniera appena più selettiva, è continuata anche ieri.

L’interpretazione autentica è arrivata dalla stessa Bce, che a metà pomeriggio è intervenuta specificando che la richiesta di informazioni aggiuntive sui crediti deteriorati (Npl) «è una pratica di supervisione standard» ed ha riguardato anche altre banche europee. Concetto ripreso e amplificato dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan («Nessuna preoccupazione specifica, soltanto uno studio per identificare best practice nella gestione dei crediti in sofferenza») e declinato anche da Giuseppe Vegas, presidente Consob («È una giornata difficile, ma non c’è un motivo concreto, almeno a nostro avviso») e dal direttore generale dell’Abi, Giovanni Sabatini.

Nonostante tutte le dichiarazioni, però, le vendite sono continuate massicce. L’indice Ftse Mib ha guadagnato l’1,04% (molto meno di quanto hanno fatto le altre Borse europee) ma tra le banche, poche hanno superato la prova: Mediobanca, in primis, ha guadagnato il 2,08%, seguita da Intesa (+1,05%) e da Bpm (+0,43%); per le altre c’è stato solo il segno meno, a partire dall’ennesimo tracollo del Montepaschi (-14,37%) che ha portato la Consob a prorogare fino a domani il divieto di vendite allo scoperto. Numeri da tregenda anche per Carige (-11,2%) individuata come l’altro anello debole della catena, anche se non è andata bene nemmeno al Banco Popolare (-6,3%). Vendite più contenute per Unicredit (-3,46%), Ubi (-1,91%) e Bper (-0,44%): gli operatori insomma stanno ancora picchiando duro, ma ieri lo hanno fatto in maniera più selettiva, colpendo soprattutto le banche gravate da più sofferenze. L’incertezza sui tempi e sui modi della realizzazione di una bad bank viene citata da molti operatori come una delle ragioni per penalizzare il settore bancario (e alcuni titoli in particolare).

Ieri i prezzi dei Cds, le “assicurazioni” contro il rischio di fallimento, hanno segnato rialzi compresi tra l’8 (Unicredit) e il 14% (Mps), con l’eccezione di Ubi, che è crescita solo del 4%: più sono cari questi titoli e maggiore è la percezione del mercato sul rischio che l’evento negativo si realizzi. Ebbene, il Cds di Mps costa 453 punti base, quello di Intesa, la più virtuosa, 127. Un contesto nervoso, che non potrà non impattare sulle manifestazioni di interesse per le quattro “good bank” (le offerte devono arrivare entro lunedì prossimo); nel prossimo paio di mesi o poco più, dovranno poi realizzarsi gli aumenti di capitale e la quotazione di Veneto banca e Popolare di Vicenza.

Secondo fonti Ue, intanto, il Single Resolution Board, che gestisce i “fallimenti pilotati”delle banche europee, ha già pronti i piani di risoluzione per 40 banche, e molti altri arriveranno nei prossimi mesi, fino a coprirle tutte.

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