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La svolta del caso Google Orlandi: “Cambia il clima con le multinazionali” Piano Ue anti-evasione

L’Europa propone disincentivi per i gruppi che scelgono i Paesi con tassazione più bassa. Renzi: “15 miliardi in cassa, e ci chiamavano filo-evasori”

ROBERTO PETRINI, la Repubblica • 29/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 706 Viste

ROMA. L’Italia in prima fila nella lotta all’evasione fiscale dopo la svolta dei casi Google (accusata dalla Finanza di aver evaso e che per questo dovrà pagare 300 milioni) e Apple (che ha accettato di versare 318 milioni). Il presidente del Consiglio Renzi prende la palla al balzo e conferma il «record », parla di 15 miliardi recuperati nel 2015 (contro i 14,2 del 2014) e lancia una frecciatina polemica: «Un abbraccio a chi ci definiva “filo evasori”». Conferma anche da parte della direttrice dell’Agenzia delle entrate Rossella Orlandi che ha parlato di un recupero superiore ai 14,2 miliardi del 2014 cui hanno contribuito anche i 318 milioni di Apple: «Proseguiamo con forza e determinazione », ha detto. Fanno rumore anche le azioni congiunte di Procure, Fiamme Gialle e Agenzia delle entrate sulle società globali dell’informatica come Google e Apple e mercoledì anche il Times di Londra ha apprezzato le iniziative italiane. «Con le multinazionali sta cambiando il clima», ha detto la Orlandi.

Una atmosfera che si respira anche in Europa dove il quadro è in movimento dopo lo scandalo LuxLeaks, che ha individuato regimi fiscali favorevoli per 340 aziende in Lussemburgo: la Commissione ha presentato ieri l’attesa proposta di direttiva contro l’evasione delle multinazionali che aggiorna i vecchi protocolli Ocse, il sì tutti incentrati ad evitare la doppia imposizione e a scoprire le pratiche di «stabile organizzazione »mascherata. Il pacchetto di norme, che dovrà scontare per raggiungere l’unanimità il via libera di paesi come la Gran Bretagna, l’Austria, Lussemburgo e Olanda, che hanno legislazioni più permissive, agisce a monte e cerca di togliere l’acqua dove galleggiano le pratiche di pianificazione fiscale «aggressiva» delle aziende globali. Nel mirino chi sposta o ha la sede legale in paesi a bassa tassazione ma produce reddito nella nazione-madre (che speso figura come semplice fornitrice di servizi). Se le tasse nel paese “paradiso fiscale” europeo sono più basse del 40 per cento, il paese dove si opera effettivamente può far scattare automaticamente le proprie aliquote più alte. L’altra norma prevede un tetto alle deduzioni sull’indebitamento: molte imprese si indebitano con controllate nei paesi Ue o nei paradisi fiscali internazionali e portano i deduzione i debiti. Inoltre elergiscono interessi alle proprie controllate che, a loro volta, non ci pagano le tasse. Un’altra proposta per scoraggiare la delocalizzazione fiscale è il pagamento di una «exit tax» a carico di chi vuole spostare sede all’estero. Previsti anche obblighi di informazione da parte delle multinazionali ai vari paesi e alla Ue su profitti e situazione fiscale. «Perdiamo 50-70 miliardi di gettito all’anno per le tasse sulle imprese, cinque volte quanto costano i flussi migratori, potrebbero essere utilizzati per scuole e ospedali», ha osservato il Commissario agli Affari economici Moscovici.

Il caso Apple, e di riflesso anche quello Google, sono stati affrontati dalla direttrice dell’Agenzia delle entrate Orlandi la quale ha precisato che non c’è stato «né un accordo né uno sconto » ma che la Apple ha «aderito ad un verbale». La questione, vista la normativa in vigore, si porrà anche in altri casi dove le società potranno aderire, evitando sanzioni e rischi penali, oppure fare ricorso.

Naturalmente il cancro dell’evasione resta ancora da estirpare: si tratta di 91 miliardi che arrivano a 120 con l’evasione contributiva. Manca all’appello, ad esempio, la fatturazione elettronica di cui tuttavia ieri il governo ha confermato una «accelerazione ». Così la Cgil denuncia l’evasione di 47 miliardi di sola Iva e la Uil ricorda l’innalzamento del tetto al contante.

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