Praga

La tedesca Pegida raduna vicino Praga l’internazionale anti-islamica europea

I partecipanti del convegno hanno infatti sottoscritto un documento, la Dichiarazione di Praga, con cui hanno convocato per il 6 febbraio manifestazioni in diverse città europee

Jakub Hornacek, il manifesto • 26/1/2016 • Copertina, Europa, Internazionale • 791 Viste

PRAGA. Durante il week-end si è tenuta a Roztoky, una cittadina a pochi chilometri da Praga, una riunione di movimenti anti-islamici convocati dai tedeschi di Pegida e dal movimento ceco Blocco contro l’Islam. Tra i partecipanti annunciati, ma mai arrivati, anche alcuni attivisti della Lega Nord.

La riunione di Roztoky è uno dei primi tentativi di coordinare le azioni di movimenti contro l’immigrazione in più Paesi dell’Europa. I partecipanti del convegno hanno infatti sottoscritto un documento, la Dichiarazione di Praga, con cui hanno convocato per il 6 febbraio manifestazioni in diverse città europee.

«Riteniamo che sia uno sacrosanto diritto di ogni cittadino europeo di difendere i confini della propria nazione e di decidere, se e quali migranti accogliere», dice il documento, che inizia con una chiamata alle armi contro l’islam e i suoi collaborazionisti europei.

Il manifesto rispecchia fedelmente l’ideologia, che sta alla base di molti movimenti anti-islamici di recente fattura. Le richieste di chiudere i confini si mescolano a proclami contro Bruxelles e le élites globali, il cui governo porta «solo a miseria, disoccupazione, caos, corruzione e sfaldamento della morale». Insomma un antiglobalismo di estrema destra con forti innesti di teorie complottiste.

Che a prevalere sia la volontà autarchica delle piccole patria, lo dimostra anche lo slogan scelto per le manifestazioni del 6 febbraio: We are fortress of Europe, Siamo la fortezza dell’Europa. Ovviamente i partecipanti parlano di sano patriottismo e dell’Europa delle patrie.

«La politica stupida e suicida delle èlites europee sta portando a qualcosa, che Bruxelles non ha mai voluto: una vera amicizia e cooperazione tra le nazioni europee», ha detto a margine della riunione Martin Konvicka, leader del movimento ceco Blocco contro l’Islam. Al convegno si nota tuttavia una certa scissione tra la Mitteleuropa e le altre regioni dell’Unione. Ufficialmente sono quattordici movimenti provenienti da dodici Paesi europei.

La compagine più forte proviene dai Paesi di Visegrad e dall’ex Germania dell’Est con Pegida capofila. Unica eccezione, appunto, la Lega Nord, che doveva partecipare con una delegazione, che però non è mai giunta a Praga. Dai Paesi a ovest del Reno è arrivato il sostegno di alcuni movimenti cittadini minori o di emuli di Pegida in Paesi Bassi o Austria, che però non hanno saputo trovare la stessa visibilità dell’originale sassone.

Paradossalmente questi movimenti anti-islamici, pieni di aspiranti politici o politici falliti in cerca di coming back, nelle ultime settimane si ritrovano in affanno. Non che sia cambiato l’orientamento generale della popolazione. Come mostrano le indagini demoscopiche, solo il 2% dei cechi è disposto ad accogliere i rifugiati, mentre il 33% ammette l’idea di concedere un permesso provvisorio con ritorno forzato nei Paesi di provenienza alla fine del conflitto e il 60% è contro ogni provvedimento di accoglienza.

Stesse percentuali vengono registrate anche negli altri Paesi della zona con un’apertura appena maggiore in Polonia e Ungheria. Per l’altro le già sottili aperture si sono ulteriormente ridotte negli ultimi mesi.

Piuttosto l’agenda dei movimenti anti-islamici è stata largamente ripresa da movimenti governativi. Questo vale di certo per il nuovo governo polacco e per il movimento Ano 2011 dell’oligarca e vicepremier ceco Andrej Babis. Secondo il vicepremier ceco bisogna chiudere in maniera ermetica le frontiere con l’Europa e chiedere ai migranti una totale obbedienza.

«I rifugiati sono ospiti a casa nostra e non è accettabile, che facciano storie su cosa vogliano mangiare», ripete Babis. Con questa svolta il leader di Ano 2011 si mette in collisione con gli altri partner della sua maggioranza, i socialdemocratici e i popolari, che vogliono dare un taglio più costruttivo ai rapporti con Bruxelles rispetto ai governi della Polonia, Slovacchia e Ungheria.

Per gli anti-islamici cechi il 6 febbraio è quindi un disperato tentativo di ritrovare un posto al sole in un scenario politico ormai saldamente ancorato alle posizioni xenofobe.

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