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Fitoussi: “L’Europa sta migliorando sono le divisioni politiche a favorire le turbolenze”

L’economista Jean-Paul Fitoussi: le conseguenze sui corsi azionari della volatilità cinese potevano essere molto più contenute

EUGENIO OCCORSIO, la Repubblica • 8/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 814 Viste

«In Europa cominciano ad arrivare dati congiunturali positivi e tiriamo un sospiro di sollievo. Ma proprio perché c’è la conferma delle straordinarie risorse che possono essere valorizzate, appare stridente il problema politico: l’Europa non esiste come corpo unico e questo fa sè che la crescita sia arrivata a un ritmo più debole di quelli che hanno seguito altre recessioni». Jean-Paul Fitoussi, uno dei più prestigiosi economisti europei, con cattedre a SciencesPo e all’italiana Luiss, riflette sui marosi che si abbattono sul continente quando questo potrebbe vivere la sua ripresa. «Se si fossero fatti passi avanti più decisi in termini di integrazione, la crescita sarebbe più vigorosa e sarebbero state più contenute le conseguenze sui mercati di crisi generate altrove».

Proprio in queste ore, nella sua città, Parigi, c’è stato l’ennesimo tragico episodio legato al terrorismo. La crisi non è dentro l’Europa?

«È un’altra situazione che non abbiamo creato noi. L’Europa subisce i contraccolpi finanziari della crisi che viene da oriente che si combinano con i fattori interni di incertezza, di paura, spesso di perplessità sulla domanda se le autorità siano capaci di difenderci. Tutto ciò crea un clima di sfiducia che sarebbe più contenuta se ci fosse la sensazione di istituzioni forti e solide a livello sovranazionale. Invece gli europei continuano a procedere divisi, e il grande sogno di unire il continente continua ad allontanarsi. Siamo tutti più piccoli e più soli. L’economia è fatta anche di psicologia, come prova la perdita di Pil che deriva da ristoranti vuoti e prenotazioni disdette. E poi ci sono i crolli in Borsa con la dissipazione della ricchezza e del benessere che potremmo conseguire. La ritrovata crescita è troppo debole per risolvere problemi quali il debito pubblico e la disoccupazione».

Sul tema centrale intorno al quale ruota la possibilità che l’Europa divenga un aiuto anziché un ostacolo per i suoi membri, cioè l’austerity, non c’erano state di recente delle significative aperture?

«Ma l’ha sentito Dijsselbloem, capo dell’Eurogruppo, cosa ha detto poche ore fa? Che vedrà sulla base delle pezze d’appoggio quanto l’Italia ha speso per i migranti, e poi deciderà sulla flessibilità. Vede a che punto siamo? Continuiamo con la diffidenza reciproca mentre intorno a noi il mondo sta crollando. Continuiamo a litigare su tutto, sulle banche, sui salvataggi industriali, appunto su migranti, frontiere e controlli esterni, proprio quando sarebbe il momento di serrare le fila e diventare veramente un’Unione forte, coerente e granitica. È una miopia irragionevole e inspiegabile. Poi arriva la crisi cinese e voliamo tutti come banderuole».

Adesso cosa succederà?

«Ho i miei dubbi che quest’ennesimo pungolo dia una stretta all’integrazione europea. L’unione politica resta lontana e ci affidiamo a misure temporanee come quelle della Bce, confidando che così l’euro scenda e si esporti meglio. Però così esportiamo anche disoccupazione, nel senso che se da noi si potrà assumere qualche operaio di più perché migliora l’export, in America si dovrà licenziare perché viceversa c’è meno lavoro. Il contributo al Pil mondiale può essere negativo. Una situazione che gli americani non tollereranno a lungo. Già hanno dato segnali d’insofferenza di fronte alle svalutazioni cinesi, che pure si possono giustificare con un’emergenza drammatica, perché dovrebbero continuare a tollerare quelle europee?»

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