L’Iran blocca i pellegrinaggi alla Mecca I sauditi intensificano la guerra in Yemen

L’Iran blocca i pellegrinaggi alla Mecca I sauditi intensificano la guerra in Yemen

Blocco dei pellegrinaggi iraniani verso la Mecca, propaganda guerriera con tanto di missili mostrati alla televisione di Teheran, nuove mosse di rottura tra i due fronti, eppure anche timidi messaggi di possibile dialogo. E’ ancora scontro aperto tra Iran e Arabia Saudita. L’esecuzione voluta da Riad sabato scorso dello sceicco sciita Nimr al Nimr (assieme ad altri 46 detenuti, di cui 43 sunniti) e l’attacco di rappresaglia della folla il giorno seguente contro le sedi diplomatiche saudite in Iran hanno inasprito le tensioni inter-islamiche già molto acute tra universo sciita e sunnita.
Domina la decisione iraniana ieri di bloccare la «Umrah», che è il pellegrinaggio alla Mecca durante tutto l’anno, eccetto il mese di Ramadan. Una misura che era già nell’aria dopo gli incidenti dello scorso 24 settembre, quando oltre 1.500 pellegrini persero la vita schiacciati nella calca alla Mecca. Almeno 450 erano iraniani. Oggi però la scelta iraniana è di sfida alla tradizionale aspirazione della casa reale saudita a legittimo custode dei luoghi più sacri dell’Islam. Ad essa si coniuga il linguaggio esplicito della minaccia militare. I media iraniani hanno diffuso per la prima volta le immagini del nuovo missile «Imad», con raggio d’azione superiore ai 1.700 chilometri, pronto al lancio dal suo silos sotterraneo, in grado di raggiungere Riad e le altre capitali sunnite nel Golfo. La guerra guerreggiata s’indurisce invece in Yemen, dove da oltre due anni l’esercito saudita interviene direttamente contro le milizie sciite Houthis sostenute dall’Iran. Nelle ultime 48 ore l’aviazione di Riad ha lanciato ripetuti raid, bombardando anche la regione di Aden e causando vittime.
Continua nel frattempo la campagna di boicottaggio diplomatico orchestrata da Riad presso i propri alleati contro Teheran. Oltre all’Arabia Saudita, Bahrein e Sudan hanno tagliato le relazioni con l’Iran, interrompendo anche i voli di linea. Gli Emirati Arabi Uniti riducono i contatti. Il Kuwait ha richiamato il proprio ambasciatore, al momento non chiede il ritiro di quello iraniano.
Non vanno però ignorati i segnali di dialogo. Espliciti quelli del presidente iraniano. «I sauditi non possono nascondere la gravità della scelta criminale di assassinare lo sceicco al Nimr tagliando le relazioni diplomatiche… Noi comunque crediamo che la diplomazia e i negoziati siano il modo migliore per risolvere i problemi tra i Paesi. Possiamo salvare la regione dal pericolo del terrorismo mostrando l’unità tra noi», ha dichiarato Hassan Rouhani incontrando il ministro degli Esteri danese.
Rilevanti anche le prese di posizione iraniane di condanna e rifiuto dell’attacco alle sedi diplomatiche. Una macchia che infanga l’immagine del regime: dopo la storica presa di ostaggi americani nel 1979, è seguito l’attacco all’ambasciata del Kuwait nel 1987, a quella saudita nel 1988, danese nel 2006 e britannica nel 2011. Nonostante il regime ufficialmente consideri ancora festa nazionale l’anniversario annuale dell’irruzione contro la rappresentanza americana, questa volta le critiche sono nette. Rouhani punta il dito verso gli «estremisti». Dagli ambienti delle Guardie della Rivoluzione giungono accuse contro «agenti stranieri». «E’ stata un’azione molto sbagliata, scorretta. Non può assolutamente venire giustificata», tuona uno dei comandanti a Teheran, generale Mohsen Kazemeini.
Intanto la diplomazia è all’opera. A New York gli ambasciatori iraniano e saudita mostrano di gradire la mediazione delle Nazioni Unite. «Siamo pronti a riprendere le relazioni con l’Iran se cessa di interferire nei nostri affari interni» sostiene il rappresentante di Riad. Anche l’inviato dell’Onu Staffan de Mistura si dice certo che i due Paesi saranno pronti a cooperare alla conferenza sulla Siria prevista a Ginevra il 25 gennaio.
Lorenzo Cremonesi


Related Articles

Elif Shafak: “Ora chi dissente vivrà come in esilio Anche l’Europa ha aiutato il Sultano

Elif Shafak. “Dopo il risultato elettorale – dice la scrittrice – i democratici si sentono con il cuore spezzato. Ma sono arrabbiata anche con il Pkk: per colpa della sua violenza e del sangue versato, il partito curdo di Demirtas ha perso molto sostegno”

Polonia. Chi ha bisogno dei giovani?

 Fiera del lavoro a Wroclaw, 12 aprile 2011.  Fiera del lavoro a Wroclaw, 12 aprile 2011. AFP

Nonostante il boom economico, lo stato polacco non è ancora riuscito a risolvere le carenze dell’assistenza sociale e bilanciare gli squilibri di un mercato del lavoro ostile ai neolaureati. Che emigrano in massa nell’indifferenza generale.

Un’altra Europa è possibile quattro mosse per costruirla

NON occorre condividere premesse marxiste per vedere nel capitalismo dei mercati finanziari una delle cause decisive della crisi attuale, e quindi trarre la conclusione che abbiamo bisogno di una nuova regolamentazione del settore bancario mondiale, partendo da un’area che abbia, come minimo, il peso e le dimensioni dell’Eurozona.

No comments

Write a comment
No Comments Yet! You can be first to comment this post!

Write a Comment