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Locomotiva Usa in frenata il Pil cresce solo dello 0,7% E a Tokyo tassi sotto zero

Il dato del quarto trimestre 2015 si confronta con il +2% del terzo. Rialzo Fed più lontano, Wall Street e altre Borse volano. Greggio su

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 30/1/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 637 Viste

NEW YORK. L’economia americana ha chiuso il 2015 su una brutta frenata, una crescita trimestrale del Pil dello 0,7%. Un dato deludente, se confrontato con il +2% del trimestre precedente, che mette in discussione la sua capacità di continuare a fare da locomotiva per la crescita mondiale. I dubbi sulla solidità della ripresa Usa si sommano con le turbolenze di altre parti del mondo, sottolineate dalla decisione della Banca del Giappone di scendere addirittura sotto zero nei suoi tassi direttivi. Una mossa disperata ma non isolata (anche la Bce è ormai sotto l’interesse zero), e al tempo stesso la conferma che gran parte dell’economia mondiale subisce l’impatto durevole della deflazione. Un male relativamente raro, e come tale difficile da curare. In tutto ciò può stupire la reazione positiva di molte Borse ed in particolare Wall Street, in netto rialzo. Ma c’è una logica, per quanto perversa: le difficoltà dell’economia reale, in quanto possono indurre politiche monetarie più espansive e forse anche una retromarcia della Federal reserve sugli aumenti dei tassi, fanno bene al mercato azionario.

Nell’arco dell’intero 2015 l’economia americana ha messo a segno un risultato più che decente, la crescita del Pil da inizio gennaio a fine dicembre è stata del 2,4% (salvo successive revisioni). Ed anche nel terzo trimestre, almeno per quanto riguarda il mercato del lavoro, le cose non sono andate male: si sono creati in media 300 mila nuovi posti ogni mese, il tasso di disoccupazione è sceso al 5%. E tuttavia la curva temporale da un trimestre all’altro fa temere che si stia avvicinando la fine di un periodo di crescita già lungo: al settimo anno consecutivo, questa è una delle riprese più durature del Dopoguerra, quindi i tempi per una recessione sarebbero maturi. Resta da capire se la Fed abbia avuto ragione ad iniziare il “ritorno alla normalità”, con la sua decisione di alzare i tassi di un quarto di punto dopo averli tenuti inchiodati a zero dalla fine del 2008. Di certo il dato sul Pil dell’ultimo trimestre rafforza i detrattori di Janet Yellen che accusano la presidente della Fed di accelerare i tempi di una recessione.

Il Giappone ha un problema opposto. La terza economia del pianeta è ormai un malato cronico. Se si eccettuano brevi ed effimeri intervalli di mini-riprese, è praticamente dall’inizio degli anni Novanta che il Sole Levante è bloccato in una stagnazione che assomiglia ad una semi-depressione. La decisione della banca centrale nipponica di passare ai tassi d’interesse negativa è l’ennesima mossa disperata. Dei tassi negativi sono di fatto una imposta sulle riserve che le banche commerciali depositano presso la banca centrale. Dunque i tassi negativi puniscono le banche che non usano i fondi altrimenti, e le incentivano a fare prestiti alle imprese e alle famiglie. Ma tassi negativi ci sono già in Europa: li praticano la Bce e le banche centrali di Svizzera, Svezia e Danimarca, senza che finora abbiano sortito effetti miracolosi. Nel motivare la sua decisione la Banca del Giappone ha fatto esplicito riferimento ai problemi dell’economia cinese, la cui debolezza sta trascinando nei guai gran parte del mondo. Un altro fattore deflazionistico è il prezzo del petrolio, ieri in rialzo a 35 dollari, anche se resta abbastanza misterioso che non si veda “la metà piena del bicchiere”: per tutte le economie consumatrici di energia il contro-shock petrolifero dovrebbe essere una manna dal cielo ed una spinta alla ripresa dei consumi. Una ragione per cui il crollo del petrolio non è così benefico va cercata negli aggiustamenti tra le monete: il dollaro forte attenua i ribassi della bolletta energetica in tutte quelle parti del mondo che hanno svalutato le proprie monete (il petrolio si scambia in dollari). Ma neppure il consumatore americano, che sta pagando la benzina a prezzi storicamente bassissimi, spende tutto quel beneficio.

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