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Diritti pochi e non per tutti: il Jobs Act per le partite Iva

Passi avanti verso l’equità per i freelance, molto resta da fare sui liberi professionisti. Le critiche a un testo in cui manca una visione universale del lavoro indipendente

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 4/2/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza • 747 Viste

Piccoli passi in avanti e molta strada da fare. A poco meno di una settimana dall’approvazione del Consiglio dei ministri del Disegno di legge «Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale», associazioni movimenti e sindacato del lavoro autonomo e freelance (e dipendente) iniziano a discutere la proposta governativa nel merito. E per il «sottosegretario alle partite Iva» Tommaso Nannicini, che ha ricevuto la delega da Renzi sul «Jobs Act del lavoro autonomo», l’orizzonte si presenta con molti chiaroscuri, numerose critiche e qualche opposizione. Alla base circola una certa soddisfazione per quella che è stata definita una «vittoria» dei movimenti freelance che hanno costretto per la prima volta un governo a riempire il vuoto di una grande assenza nel lavoro in Italia. Ora, però, si tratta di vedere le carte nell’iter legislativo in parlamento.

«Un nuovo inizio e un atto di equità» è stato definito, a poche ore dal varo, il provvedimento da Acta, Confassociazioni e Confprofessioni: il rafforzamento dei diritti fondamentali sulla maternità, sulla malattia e gli infortuni per gli iscritti alla gestione separata dell’Inps è il «segno di un rinnovato interesse per una parte importante del tessuto economico del paese». In un commento più meditato la presidente di Acta Anna Soru ha in seguito esplorato le implicazioni pratiche di un testo composto da 22 articoli, tre titoli, il secondo dei quali è una normativa sullo «smart work»-lavoro agile per i dipendenti, logicamente incoerente rispetto al resto del testo. La norma sul contrasto dei ritardi di pagamento, fondamentale per le partite Iva, dovrebbe riguardare tutti i professionisti autonomi (1,5 milioni) ma in realtà fa riferimento solo a quelli che lavorano nel privato. Esclusi, al momento, coloro che lavorano con la pubblica amministrazione, notoriamente uno dei peggiori pagatori in Italia. Cancellato l’articolo che rinviava ogni controversia in merito al rito del lavoro. Come dire, la partita Iva se la deve sbrigare da sola, senza il ricorso al giudice, coerentemente con l’orientamento del Jobs Act per i dipendenti. Criticato il vincolo di accreditamento per servizi da acquistare nel privato, mentre emerge un problema sulla norma simbolo della malattia: il raddoppiamento dell’indennità e la rateizzazione dei contributi previdenziali non versati nei due anni successivi alla malattia «si riferisce solo alle malattie oncologiche» e non comprende altre altrettanto gravi. In questo caso il governo non sembra avere considerato l’universalità della tutela per tutte le partite Iva ammalate.

Analitico è il commento della «Coalizione 27 febbraio», una rete composta da una ventina di associazioni e movimenti del lavoro autonomo ordinistico e «atipico»che promuovono la scrittura pubblica di una «carta dei diritti del lavoro autonomo e indipendente». Il documento rileva la principale contraddizione nel primo articolo di un testo concepito a geometria variabile: i diritti (previdenza, assistenza, congedi parentali) riguardano solo 220 mila partite Iva iscritte all’Inps (dati Cgia di Mestre) e non i liberi professionisti delle 21 casse professionali a cui sono riservate le norme sull’accesso ai fondi Ue e quelle problematiche sui pagamenti. Non è ancora chiaro come il Ddl possa valere per tutti i 3,9 milioni di autonomi.
Alla tutela dei «liberi professionisti» dovrebbero pensare i loro ordini, ha sostenuto martedì scorso il viceministro all’economia Zanetti a «Ballarò», dov’era presente una rappresentanza della coalizione 27 febbraio e il segretario Fiom Landini. Avvocati o architetti sostengono che quelle tutele sono parziali e non rispondono alla drammatica crisi dei compensi, dei redditi e della previdenza che- dati Adepp alla mano – mette in crisi gli ordini. «Nulla si fa per affermare il diritto a un equo compenso che insieme alla certezza dei pagamenti e al reddito minimo è misura decisiva per sottrarre gli autonomi dal ricatto del lavoro sottopagato». «E anche del lavoro gratuito» aggiunge un comunicato del sindacato dei giornalisti Stampa Romana, che partecipa alla coalizione 27 febbraio e ha approvato uno «statuto per il giornalismo freelance». Una situazione che nel 2014 ha interessato 16.830 giornalisti in Italia.

Dall’analisi collettiva emerge un altro problema sul contrasto del ritardo dei pagamenti: il governo ipotizza nuove spese per le partite Iva che potrebbero assicurarsi con i privati contro il rischio di insolvenza del committente. Tale garanzia dovrebbe darla lo Stato, invece. «Un ennesimo favore alle assicurazioni» sostengono il Comitato Professioni Tecniche e l’Associazione Liberi Professionisti Architetti e Ingegneri in un comunicato che definisce il Ddl «vacuo» e «carente».

Queste prime schermaglie di un dibattito già vivace rivelano la necessità di trovare un equilibrio tra i diritti nel mercato, la «competitività» evocata dalla presidente del Colap Emiliana Alessandrucci (che ieri ha incontrato Nannicini e l’estensore del Ddl Maurizio Dal Conte) e i diritti nel rapporto di lavoro, prevedendo inoltre i diritti collettivi alla coalizione e alla contrattazione. Una prospettiva, se non proprio assente, certamente poco chiara in un «Jobs Act delle partite Iva» che non può aspirare all’ambizioso titolo di «Statuto del lavoro autonomo», già abbandonato dallo stesso esecutivo.

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