wall street

Dal Pil cinese alle primarie Usa Finanza esposta alla crisi globale

Scommesse sempre più forti sulla fine della crescita e su un possibile boom di fallimenti e crediti in sofferenza

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 10/2/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza nel mondo • 820 Viste

LE BANCHE: ci risiamo. Non è solo Sanders a denunciarle.

SONO gli investitori, che fuggono a gambe levate dai titoli dei colossi della finanza. Prima c’è stata la frenata della crescita in Cina, in tutti i paesi emergenti, più di recente anche negli Stati Uniti. C’è stato il contro-shock del petrolio, il contagio della deflazione. Ora si apre un nuovo fronte nella turbolenza globale: le banche. Dall’America alla Cina il settore bancario torna ad essere un motivo di preoccupazione. A Wall Street ieri tra i maggiori ribassi c’erano i titoli di Goldman Sachs, Citigroup e Morgan Stanley, con perdite dal 4% in su. Rispetto ai loro livelli massimi dell’anno scorso, tutte le grandi banche americane valgono dal 15% al 30% in meno. Quei titoli stanno diventando agli occhi degli investitori una sorta di “riassunto” di tutto quello che può andare storto nell’economia.

Se davvero sta avvicinandosi la fine della lunga crescita americana (2009-2016), con l’arrivo di una recessione tornerebbero a salire i fallimenti di aziende, salirebbero le sofferenze bancarie: uno scenario che gli italiani conoscono, e ora si riaffaccia nella più ricca economia del pianeta. Peraltro una crisi settoriale è già esplosa, quella dell’industria energetica americana colpita (come quella saudita, russa o venezuelana) dal crollo dei prezzi del petrolio. Tra le aziende del settore sono in aumento i fallimenti, e le banche sono le prime ad accorgersene: devono dire addio ai propri crediti, o svalutarli pesantemente. A deprimere le banche c’è anche la prospettiva di un tasso zero “a perdita d’occhio”. Eurozona e Giappone hanno già dei tassi d’interesse negativi. Ora la Federal Reserve, se si lascia contagiare dal pessimismo, può rinviare gli aumenti dei tassi che aveva in programma. Un panorama di rendimenti schiacciati non fa bene ai conti delle banche, che lucrano sul loro spread interno fra gli interessi che pagano ai depositanti e quelli che estraggono da chi gli chiede prestiti.

C’è un capitolo cinese anche nella questione bancaria. Una recente stima delle sofferenze bancarie in Cina, colloca a quota 6.600 miliardi di dollari la montagna di crediti inesigibili o incagliati, pari a più della metà di tutto il Pil cinese, e sei volte superiore alle sofferenze bancarie europee. Non tutti quei crediti finiranno in fumo, ma quasi: secondo la stessa stima le banche cinesi subiranno perdite per 4.400 miliardi di dollari. Le turbolenze cinesi, brasiliane e di altri paesi emergenti, a loro volta si tramutano in perdite per quelle banche globali che su quei mercati avevano investito. Infine non va dimenticato un altro fattore scatenante dietro i ribassi dei titoli bancari: i fondi sovrani dei petro-Stati. Soprattutto nel Golfo Persico, nell’epoca dell’opulenza e delle “campagne acquisti” all’estero, famiglie regnanti e fondi di Stato comprato acquistato importanti pacchetti azionari nelle banche occidentali. Che oggi vengono liquidati in fretta e furia, per fare cassa, in una fase di austerity e tagli di bilancio nei petro-Stati. Il revival di un problema bancario lo si vede anche da quel che accade con i Credit default swaps (Cds), contratti assicurativi che servono a tutelarsi dal fallimento di debitori. I Cds divennero tristemente noti come strumenti di speculazione ribassista quando furono usati per scommettere sul disastro dei mutui sub-prime, e il film “La grande scommessa” ce lo ha ricordato di recente. Ora sono rincarati del 66% i Cds sui bond della Morgan Stanley, segnale che secondo gli investitori la solidità di quei titoli si è deteriorata.

I problemi delle banche s’incrociano curiosamente con la campagna elettorale americana, dove denunciare le malefatte di Wall Street è un leitmotiv di Sanders, Donald Trump, e ultimamente anche Hillary Clinton. A destra o a sinistra, gli elettori sono convinti che di banche si debba tornare a parlare, liberando la politica dal peso delle lobby, per un riesame dell’impatto che la finanza esercita sulla crescita, l’occupazione, le diseguaglianze.

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