saudita

Truppe di terra per fermare l’Is l’ultimo azzardo di Ankara e Riad

Ma se davvero prendesse forma un simile intervento, la soluzione politica del conflitto si allontanerebbe ulteriormente. Con gravi rischi non solo per la regione ma per gli stessi equilibri mondiali

RENZO GUOLO, la Repubblica • 15/2/2016 • Copertina • 660 Viste

Turchia e Arabia Saudita si dicono pronte a un’operazione di terra contro l’Is. I due paesi, in competizione per il ruolo di potenza confessionale protettrice dei sunniti, ritrovano, dunque, ancora una volta, convergenze sul tema Is.

Sino al 2014 entrambi hanno favorito la crescita del gruppo di Al Baghdadi. La Turchia, lasciando che i suoi porosi confini fossero attraversati da migliaia di foreign fighters che volevano unirsi al Califfo Nero e mediante operazioni speciali che supportavano gli islamisti radicali che si scontravano con i curdi. Quanto ai sauditi, impegnati nella guerra per procura che li oppone da oltre 35 anni all’Iran sciita, avevano foraggiato l’Is con l’obiettivo di provocare la caduta del regime di Assad. Strategia che, in un contesto in cui il settarismo confessionale è divenuto il principale fattore di identità delle forze in campo, mirava a spezzare la corda tesa dell’arco sciita che va da Teheran alla Beirut di Hezbollah passando per Damasco dominata dagli alawiti.

Ankara e Riad avevano, dunque, interessi convergenti nel “proteggere” l’Is che destabilizzava ciò che ostacolava la svolta neo-ttomana di Erdogan e le ambizioni antiraniane degli Al Saud.

Ma, come è accaduto in altre circostanze fare gli apprendisti stregoni con il radicalismo islamico il gioco è sfuggito di mano. I turchi sono stati colpiti da attentati che portano la firma dell’Is; quanto ai sauditi la proclamazione del Califfato delegittimava innanzitutto il loro preteso ruolo di guida religiosa della Mezzaluna. Una minaccia mortale, anche perché il radicalismo islamista si nutre di quello stesso wahhabismo con cui, storicamente, la dinastia regnante ha stretto un patto di legittimazione reciproca. Come in uno stordente gioco di specchi, ma in una diversa prospettiva, oggi è ancora l’Is a avvicinare Turchia e Arabia Saudita.

Erdogan e gli Al Saud si propongono di distruggere l’Is mediante un intervento diretto sul terreno e di svolgere nella coalizione a guida americana il ruolo che iraniani e sciiti libanesi hanno in quella capeggiata dai russi.

Anche se il bersaglio vero non è, tanto, il gruppo di Al Baghdadi quanto il futuro geopolitico della regione. A preoccupare Ankara e Riad è la vittoria dell’asse sciita sponsorizzato da Putin. L’intervento del Cremlino, che guida una coalizione dagli obiettivi strategici chiari – proteggere gli interessi russi in Medio Oriente e nel Mediterraneo, consentire all’Iran di agire come potenza d’influenza in un’area in cui la presenza sciita è vitale, evitare che il Libano in cui Hezbollah esercita ormai un ruolo nazionale possa gravitare verso una Siria dominata dai sunniti – ha mutato drasticamente il quadro. Minacciare di entrare in Siria con truppe saudite e turche, punta a impedire che il disegno russo-iraniano si realizzi: l’Is è, così, nuovamente, il grimaldello che consente alle due potenze sunnite di perseguire il proprio disegno. A partire dalla liquidazione del fantasma del Grande Kurdistan per Ankara e della necessità di Riad di impedire quella stabilizzazione del regime di Assad, o chiunque gli succeda, che segnerebbe la vittoria dell’odiato Iran e potrebbe generare tensioni interne con le correnti wahhabite filo-Is.

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