Dal libro al vestito l’usato è un affare “Il mercatino non imbarazza più”

Dal libro al vestito l’usato è un affare “Il mercatino non imbarazza più”

Eco-sostenibile, alla moda, conveniente e sdoganato anche dai più snob. È il mercato dell’usato. Che, dopo anni nell’ombra, sta registrando un nuovo boom. Aumentano bancarelle e negozi specializzati. E cambia anche la percezione dell’acquisto da parte di chi lo fa: non più ripiego per risparmiare, ma scelta consapevole. Cosa si compra da qualcun altro? Abiti, libri, scarpe, borse e automobili. Secondo una recente indagine Doxa, il 44% degli italiani vende o compra oggetti usati. E a trainare il business (18 miliardi il giro d’affari annuale) sono soprattutto i libri e l’abbigliamento che. Entrambi, secondo le elaborazioni dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza, stanno vivendo un periodo d’oro e sono cresciuti (dal 2009) rispettivamente del 6% e del 55%.

Ma c’è di più di un banale fatto di numeri. Ed è una metamorfosi della mentalità. «Quello dell’usato è un fenomeno di costume. È in atto una rivoluzione culturale che ha legittimato l’estetica del non nuovo — spiega Vanni Codeluppi, sociologo dei consumi presso la Iulm di Milano — Le neo forme di acquisto valorizzano un prodotto diverso da quello luccicante sempre più in crisi. Soprattutto per le nuove generazioni, molto più interessate al bene dell’ambiente che alla griffe». E secondo il Censis sono proprio i giovani tra i 18 e i 34 anni (è nella loro fascia di età che si registra la maggiore percentuale di acquirenti dell’usato, il 31,7% del totale) quelli contrari allo spreco e favorevoli all’usato. «Questo progressivo distacco emotivo dal modello degli anni 80 — aggiunge Codeluppi — è portato avanti da un consumatore che non ha timore di entrare in un negozio vintage e si è adeguato ad una società che considera il risparmio un valore». Maura Franchi, sociologa dell’Università di Parma, conferma: «L’esplosione dell’usato si spiega con una saggezza che è diventata di moda e con una moda che ha perso allure. Oggi il consumo è più virtuoso e meno ostentato e il “valore reputazionale”, un tempo legato al lusso, cala anche tra i benestanti. La spesa ponderata non è più un riflesso condizionato della povertà, ma una scelta condivisa tra poveri e abbienti perché si è più sensibili allo spreco».

Un esempio per tutti? La catena Libraccio fondata da Edoardo Scioscia che, smentendo la crisi delle librerie, è in grande espansione. «Abbiamo richieste sui testi didattici ma anche su romanzi e saggi — spiega Scioscia — Succede che se un tempo i libri scolastici erano familiari alle classi medie ed agiate, mentre quelle più umili si vergognavano all’acquisto, ora nessuno ha più paura della brutta figura». Ai 37 negozi Libraccio, sparsi su e giù per l’Italia, se ne aggiungeranno 5 entro l’anno: «Siamo più vicini ad un modello anglosassone sull’esempio di Strand a New York. Quando abbiamo aperto la sede di Lodi per giorni c’è stato un grande pubblico tra compratori e i venditori perché l’idea del second hand soddisfa le necessità di tutti».

Nel quartiere Monti, a Roma, sta facendo fortuna il negozio di abiti Moll Flanders. «Abbiamo aperto due anni fa e rapidamente ci siamo trasferiti in uno spazio più ampio — spiega la proprietaria Enrica Murru — la nostra clientela arriva anche da fuori città e chi entra da noi non solo non ha pudori, ma ci sceglie perché punta al prodotto di nicchia». Una sorta di risposta al low cost, diffuso delle grandi catene internazionali, che galvanizza il pubblico giovane più attento alle tendenze: «I più affezionati sono uomini, intorno ai 30 anni, che seguono uno stile preciso e soprattutto seguono una ricerca nel vestire».

 



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