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Libia, l’Italia dice sì all’America “ Droni armati Usa da Sigonella ”

I Reaper saranno utilizzati per la difesa delle forze impegnate contro Daesh Il governo dovrà concedere di volta in volta il “via libera” al Pentagono

GIAMPAOLO CADALANU, la Repubblica • 23/2/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 1823 Viste

L’ITALIA ha concesso le piste di Sigonella ai droni armati americani diretti in Libia, nel nord Africa e in genere contro Daesh, il sedicente Stato Islamico: è un nuovo passo del crescente impegno militare sulle sponde del Mediterraneo, in attesa del possibile intervento di terra. Si tratta con ogni evidenza dei Predator B, ribattezzati non a caso “Reaper”, mietitori, che il Pentagono già utilizza ampiamente per “esecuzioni mirate” in Pakistan, Yemen e Somalia. Non sono invece dotati di armamento i droni da ricognizione Global Hawk, che gli Usa schierano a Sigonella già dal 2011.

Alla Difesa sottolineano che non si tratta di un “via libera” indiscriminato: dalla base siciliana i velivoli a pilotaggio remoto partono esclusivamente per compiti di protezione degli “operatori impiegati nella lotta al terrorismo”, e solo dopo una autorizzazione del governo che viene concessa volta per volta. In altre parole, al governo italiano viene di fatto concesso un potere di “veto” sui bersagli oggetto dei raid e quindi sulle operazioni con le forze speciali, che potranno essere seguite anche dai droni italiani da ricognizione. È una situazione molto diversa rispetto al 2011, quando le “minacce” dell’aeronautica francese contro le installazioni dell’Eni spinsero l’Italia a superare le esitazioni per partecipare alle operazioni contro Gheddafi.

Le missioni dei Reaper serviranno a sostenere le operazioni più o meno clandestine delle forze speciali americane, britanniche, francesi e italiane. Nei fatti è la prima conferma concreta della presenza delle avanguardie militari occidentali sul territorio libico.

La notizia è comparsa ieri sul sito del Wall Street Journal, che cita come fonte funzionari del Pentagono e precisa che la decisione è stata presa già il mese scorso, “silenziosamente”. Quest’ultimo termine, “ quietly”, compare persino nel titolo del giornale americano, il quale sottolinea che gli Usa incontrano serie difficoltà nel convincere gli alleati a impegnarsi nella lotta a Daesh. Secondo il Wsj, il governo americano sta facendo pressioni perché Roma autorizzi l’uso delle sue basi per operazioni come l’attacco di venerdì scorso su Sabratha, che aveva per obiettivo Noureddine Chouchane, il leader jihadista considerato responsabile dell’assalto al museo del Bardo, a Tunisi, il 18 marzo scorso. Ma il governo italiano non sembra disponibile a questo passo. Anonimi “funzionari italiani” citati dal quotidiano sottolineano in privato che una decisione come questa riaccenderebbe l’opposizione interna, specialmente in caso di perdite fra i civili.

Dopo mesi di incertezze, l’amministrazione Obama sta aumentando il suo impegno in Libia, pur nella certezza che il centro della battaglia contro Daesh, il sedicente Stato Islamico, resta fra Siria e Iraq. Il Pentagono vorrebbe anche una base in nord Africa, perché Sigonella non è considerata l’ideale: è molto vicina al teatro delle operazioni, ma le condizioni del tempo spesso impediscono il decollo dei droni. Un’altra base sarebbe necessaria soprattutto per le operazioni di sorveglianza, ma finora le nazioni del nord Africa hanno risposto negativamente. L’uso di basi lontane, a partire da quella di Gibuti, già impegnata per le operazioni in Somalia e Yemen, comporta voli più lunghi, minore autonomia e dunque inferiori capacità di controllo, visto che i droni da sorveglianza devono essere riforniti e controllati regolarmente.

Lo scarso entusiasmo dei Paesi africani di fronte alle richieste della Casa Bianca non permette grande ottimismo nemmeno sul prossimo intervento in Libia, prima con l’allargamento dell’operazione navale europea Eunavfor Med nelle acque territoriali libiche, poi con la presenza diretta sul terreno di truppe occidentali. Questa fase dovrebbe essere legata alla richiesta di un governo libico riconosciuto: oggi il Parlamento di Tobruk dovrebbe votare sul gabinetto formato da Fayez al Serraj, ma l’accordo politico ancora non c’è, e difficilmente verrà raggiunto a breve termine. In più, nei mesi scorsi Tobruk non è apparsa accondiscendente con l’Occidente: ha contestato presunte violazioni italiane delle acque territoriali libiche, e nei giorni scorsi Serraj ha condannato – almeno ufficialmente anche il raid Usa su Sabratha. Se l’invito libico tarderà ad arrivare, mentre Daesh continua a rafforzarsi in Libia, l’unica via percorribile per far partire l’intervento sarebbe cercare all’Onu un accordo non facile per una risoluzione del Consiglio di Sicurezza.

Ma non è escluso che i velivoli possano essere impegnati anche in altri teatri di operazione

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