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L’Irlanda vota contro l’austerity

Le elezioni in Irlanda. I risultati non sono ancora definitivi, ma uscirebbe sconfitta la «grosse koalition» di labouristi e conservatori che ha governato negli ultimi cinque anni. In crescita la sinistra di Sinn Féin e il centrodestra di Fianna Fáil

Enrico Terrinoni, il manifesto • 28/2/2016 • Copertina, Europa, Internazionale • 999 Viste

Nel 2011, un elettorato irlandese quasi sotto shock per l’incombere delle politiche di austerità dettate dalla Troika, dopo la disastrosa crisi economica seguita al boom della Celtic Tiger, aveva eletto una maggioranza anomala: quella tra il partito conservatore Fine Gael, e il Labour Party. Le elezioni di ieri non hanno ancora dei vincitori precisi, a causa dei tempi tecnici degli spogli per via di un complicato sistema elettorale, e lo scenario è ancora disegnato principalmente dagli exit poll. Poiché, infatti, un numero non indifferente di collegi ha interrotto gli spogli in serata, per riprenderli questa mattina, risultati definitivi si avranno soltanto oggi.

Tuttavia, stando alle rassicurazioni degli esperti, saremmo di fronte alla probabilissima débâcle della coalizione centrodestra-centrosinistra, responsabile al contempo di cinque anni di dolorosa austerità, ma anche – con costi sociali incalcolabili e scelte liberiste come l’imposizione delle tasse sull’acqua – di importanti risultati economici in termini di Pil e calo della disoccupazione. Questa grosse koalition all’irlandese, che nel 2011 raccolse il 55.6% dei consensi, ottenendo nientemeno che il 68.1% dei seggi, rischia ora di attestarsi attorno al 34%. La sinistra, invece, sebbene non coesa, anzi assolutamente in ordine sparso, passerebbe in termini assoluti da circa il 14% del 2011, a più del 22%, con Sinn Féin che si attesterebbe attorno al 15%. L’altro partito storico del centro destra, il Fianna Fáil, che nel 2011 otteneva il 17.5% dei voti, ma soltanto il 12% dei seggi, oggi, stazionerebbe attorno al 22.9%, questo probabilmente per un travaso di voti all’interno del centrodestra.

Ma in Irlanda tutto è relativo, e infatti, le percentuali assolute contano fino a un certo punto nella composizione del Dáil Éireann, il parlamento. Il complicatissimo sistema elettorale è detto del «singolo voto trasferibile», e prevede che un elettore possa elencare un numero di preferenze sulla scheda, tra i candidati di diversi partiti nella stessa circoscrizione. Ecco in soldoni il suo funzionamento: ogni circoscrizione esprime più seggi, assegnati a chi superi una data soglia. Nel momento in cui, decisi i vincitori, rimanessero seggi non assegnati (cosa che capita con assoluta regolarità in quasi ogni caso) durante uno spoglio suppletivo vengono individuate le schede del candidato che ha ricevuto più voti, e le seconde preferenze di queste sono attribuite a scalare agli altri candidati che non avessero raggiunto la soglia. E così via con le schede del secondo e del terzo candidato più votato. Questo per spiegare sia la lentezza degli spogli, con la relativa impossibilità al momento di descrivere scenari definitivi, sia la futura definizione degli assetti parlamentari, che come s’è visto, sembrano quasi scardinati dalle effettive percentuali di voto.

Possibile è tuttavia ipotizzare chi saranno i vincitori e chi perdenti. Tra questi ultimi, ovviamente, il Labour, entrato nel 2011 nella coalizione di governo con la destra. Uno dei suoi leader storici, Eamon Gilmore, nel rendere conto del probabile fallimento del suo partito, che dal 19.5% del 2011, con il 22.3% dei seggi, rischia di attestarsi attorno a un misero 8%, mette le mani avanti e spiega: «ci sono occasioni in cui bisogna fare una scelta tra la cosa giusta e quella popolare. Sapevamo di correre un rischio politico. Accetto il fatto che questo abbia una conseguenza elettorale». Sulla stessa barca, quello che era il primo partito nel 2011, e che ha naturalmente espresso il Taoiseach (primo ministro), il Fine Gael di Enda Kenny, che stando agli exit poll rischierebbe di passare dal 36.1%, con il 45.8% dei seggi nella passata legislatura, a un misero 26% e briciole. Un noto esperto di strategia del Fine Gael, Mark Mortell, intravede uno scenario in cui il suo partito, dai 76 seggi del 2011 potrebbe scendere sotto i 50. Confida tuttavia proprio sulle seconde preferenze, che li hanno tradizionalmente premiati. Mortell prevede uno scenario di ingovernabilità, e probabili nuove elezioni in tempi molto ristretti

Il risultato nettamente migliore sarebbe quello dello Sinn Féin di Gerry Adams. Adams stesso, candidato nella contea di Louth a due passi dal confine con l’Irlanda del Nord, sembra segnare l’ennesimo record nei voti di preferenza, risultando il più votato con il 15.7 delle prime preferenze. Martin McGuinness, suo vice, e oggi vice primo ministro nel governo dell’Irlanda del Nord, si lascia andare a dichiarazioni molto trionfalistiche: “Sinn Féin emerge come il più grande partito di opposizione”. Spiegando, poi, come appaia chiaro che Sinn Féin sia il primo partito della sinistra, ragiona sulla possibilità di entrare in una coalizione governativa, ma senza sbilanciarsi troppo, poiché il partito “può formare un governo soltanto con persone che la pensino allo stesso modo”. Aggiunge che se la sinistra non cogliesse a pieno i segnali di queste elezioni, riflettendo sul modo migliore di conseguire risultati comuni, il popolo d’Irlanda resterebbe “alla mercé di due partiti politici di destra”. Unico rammarico dei suoi attivisti e leader, il non esser riusciti a superare lo scetticismo di altri partiti e formazioni politiche della sinistra, a partire dall’Alleanza Anti Austerità e del movimento People Before Profit, ma anche dei Verdi, che hanno scelto di non fare fronte comune pur battendosi per le stesse questioni. Sono stati elettoralmente spaventati dallo spauracchio di un’IRA che a dire di alcuni non avrebbe mai del tutto lasciato le scene. Avrebbero ottenuto, questi movimenti, percentuali che insieme li attestano attorno al 7%.

Scenari possibili: una improbabile coalizione tra i due maggiori partiti di centro destra, Fine Gael e Fianna Fáil in continuità con le politiche liberiste di questi anni; oppure, ancora più improbabile, un accordo tra questi ultimi e Sinn Féin, in nome di una comune identità repubblicana. Sarebbe un altro ibrido dalle conseguenze disastrose. Tutto lascia presagire che i prossimi giorni saranno cruciali per le sorti della sinistra irlandese, e per la sua ascesa a un ruolo non più solo strategico, ma di fatto cruciale per le direzioni che l’Irlanda vorrà intraprendere.

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