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Altro che Jobs Act, per le imprese italiane contano di più gli sgravi

Istat. Il rapporto sulla competitività conferma: quello che conta per le imprese sono gli sgravi finanziati dal governo con 12 miliardi di euro nei prossimi tre anni

Roberto Ciccarelli, il manifesto • 25/2/2016 • Copertina, Lavoro, economia & finanza, Studi, Rapporti & Statistiche • 628 Viste

Chi aveva già un lavoro, o era in cassa integrazione, torna al lavoro. E non è stata prodotta nuova occupazione, salvo un aumento nei servizi tra il 2013 e il 2015

Altro che Jobs Act. Quello che conta per le imprese sono gli sgravi finanziati dal governo con 12 miliardi di euro nei prossimi tre anni. Ciò che il regista della politica economica del governo, il sottosegretario Tommaso Nannicini è ancora da comprendere, per l’Istat è invece una certezza. Per la metà delle imprese manifatturiere italiane che hanno aumentato l’occupazione tra gennaio e novembre 2012 di 255 mila unità gli esoneri contributivi hanno svolto un ruolo fondamentale per la crescita dei posti di lavoro.

E’ un dato importante quello emerso da un’indagine qualitativa condotta su campioni rappresentativi nella manifattura e nei servizi contenuta nel Rapporto Istat sulla competitività reso pubblico ieri. Nei servizi la quota di imprese che hanno apprezzato gli sgravi è pari al 61% degli interpellati, mentre il «contratto a tutele crescenti» — il pilastro del Jobs Act — registra un gradimento molto inferiore: il 35% delle imprese manifatturiere, il 49,5% di quelle dei servizi. Dati che inseriscono qualche certezza nel confuso dibattito — soprattutto dal lato governativo — sugli effetti del Jobs Act sul mercato del lavoro.

Da questa «riforma» il governo intende allontanare il sospetto di essersi limitato a cambiare le norme del diritto del lavoro, precarizzando immancabilmente il lavoro dipendente eliminando l’articolo 18 ormai residuale. E, puntualmente, tutte le rilevazioni, anche quelle non condotte immediamente sul mercato del lavoro ma sulla produzione industriale e gli ordinativi per il 2015 confermano l’opposto. Non poteva esserci smentita più clamorosa: alle imprese interessa lo «sconto» sulle spese sui contributi dei nuovi assunti. Nel 2015 era stato fissato a 8.060 euro per tre anni. Nel 2016 il limite massimo di esonero è stato ridotto a 3.250 euro su base annua e durerà solo due. Questo vuole dire che l’andamento positivo di una piccola parte dell’occupazione a tempo indeterminato si ridurrà nel tempo, insieme agli sgravi finanziati dal governo con la legge di stabilità.

Un’altra realtà emerge dal rapporto Istat: le imprese hanno aumentato lo stock di occupazione nel 2015 perché è aumentata la domanda interna ed estera. Nei servizi prevalente un miglioramento della domanda interna. Dall’indagine risulta inoltre che ai fini di questo risultato sono stati determinanti le iniziative a livello aziendale, mentre l’impatto di quelle governative sull’assunzione del nuovo personale ha avuto un effetto molto più limitato. Questa è l’immagine complessiva che l’Istat tratteggia sul biennio appena trascorso: «Le imprese sembrano avere adottato strategie occupazionali improntate alla prudenza, in attesa del consolidarsi della fase ciclica, hanno incrementato il proprio input di lavoro attraverso un aumento delle ore lavorate per dipendente e un contestuale e progressivo riassorbimento della Cassa integrazione guadagni».

Questo significa che torna a lavoro solo chi aveva già un lavoro e non si produce nuova occupazione, salvo l’aumento dei dipendenti nei servizi. Ieri il Pd parlava di un’«economia in ripresa» e ha ignorato il cuore di una notizia che conferma l’esistenza di una «bolla occupazionale».

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