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Giungla di Calais, in attesa della nuova evacuazione

Appello delle associazioni per evitare lo sgombero, senza proporre vere soluzioni di vita ai rifugiati. 440 minorenni isolati, che la Gran Bretagna non vuole

Anna Maria Merlo, il manifesto • 23/2/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 745 Viste

In queste ore, Calais vive momenti di angoscia e di attesa. Il prefetto, Fabienne Buccio, ha annunciato che i migranti dovranno aver evacuato la zona sud della “giungla” entro stasera alle ore 20. Ha promesso che “la forza pubblica non sarà in azione, se tutti rispettano i termini”. Mercoledi’ dovrebbero intervenire i bulldozer e distruggere l’accampamento, che nel corso degli ultimi mesi si è trasformato in un luogo di vita, sempre orribilmente precario, ma con 1600 capanne costruite da Médecins sans frontières, dal Sécours catholique e dall’associazione l’Auberge des migrants. C’è anche una scuola, una biblioteca, dei luoghi di culto, dei punti di incontro e c’è l’intervento quotidiano delle associazioni. Il ministro degli Interni, Bernard Cazeneuve, afferma che il governo vuole realizzare “un’operazione umanitaria, dove proponiamo una soluzione a tutti”, per liberare i migranti dalle grinfie delle mafie dei passeurs, offrendo sistemazioni meno indecenti.

Ma i conti non tornano e Calais è di nuovo di fronte a un’equazione impossibile da risolvere: il governo cede di fronte all’esasperazione della popolazione, che alle ultime regionali ha votato sempre più a destra (ultimamente, un abitante ha persino minacciato dei rifugiati con un fucile e sarà difeso dall’avvocato Gilbert Collard, parlamentare del gruppo Bleu Marine). La sindaca di Calais, Natacha Bouchart, continua a chiedere l’intervento dell’esercito. I camionisti denunciano l’”assalto alla diligenza” da parte di persone disperate, che cercano di salire sui camion per passare la Manica e temono di dover pagare multe salate se qualcuno si è nascosto nel veicolo. La zona dell’Eurotunnel è ormai protetta da barriere, fili spinati, video di controllo, cani poliziotto. Le associazioni, che non difendono certo il bidonville ma chiedono più tempo per trovare soluzioni praticabili, si sono rivolte al tribunale amministrativo di Lille, accusando l’operazione di sgombero prevista per mercoledi’ di “violazione dei diritti fondamentali”: la sentenza è attesa per oggi, e potrebbe sospendere l’evacuazione forzata. 250 artisti e intellettuali hanno firmato una nuova petizione, per denunciare la decisione di evacuazione del governo, che “vuole convincere che è un bene per gli occupanti: in realtà, una politica di dissuasione”, che “rende la vita impossibile ai rifugiati”. Per i firmatari, “i bulldozer non possono sostituirsi alla politica”, “rifiutiamo di ridurre la Francia a dei fili spinati”.

Il governo propone la sistemazione di parte degli evacuati nei containers di un centro di accoglienza provvisorio insediato di recente a Calais. Circa la metà sono ancora vuoti. I containers sono certo più confortevoli delle capanne improvvisate (anche se non si puo’ fare cucina all’interno). Ma i migranti sono diffidenti, perché l’apertura delle porte dei containers avviene con il riconoscimento palmare, cosa che presuppone di essere schedati e di chiedere l’asilo in Francia. Inoltre, per il prefetto ci sarebbero 800?1000 persone da sistemare, ma le associazioni contestano questa cifra e hanno recensito negli ultimi giorni 3455 persone che vivono ormai nella zona sud della “giungla”. Tra cui 440 minorenni isolati, per i quali non sembra sia stata prevista nessuna soluzione sul posto. I migranti sono a Calais per un solo motivo: cercare di passare in Gran Bretagna, con qualsiasi mezzo. Per questo molti rifiutano di chiedere l’asilo in Francia. Molti minorenni hanno la famiglia dall’altra parte della Manica, ma la Gran Bretagna non vuol sentir parlare di ricongiungimento famigliare. Nel week end c’è stata una manifestazione a Calais, con la partecipazione di alcune personalità britanniche (tra cui l’attore Jude Law), hanno chiesto a Cameron di reagire. Nessuna risposta dal premier britannico, che pure utilizza lo spauracchio di Calais che si sposterebbe a Dover, per convincere gli elettori a evitare il Brexit (in realtà, il confine britannico è a Calais grazie agli accordi bilaterali del Touquet, conclusi tra Parigi e Londra nel 2003, che non rientrano nei trattati Ue, ma la Francia minaccia di denunciarli se la Gran Bretagna decide di uscire dalla Ue). Negli ultimi tempi, dei migranti sono stati sistemati in comuni francesi lontani da Calais. Ma poi molti sono tornati sul posto, sempre con la speranza di riuscire ad entrare in Gran Bretagna. Da poco è stato montato un campo alla Grande Synthe, una collaborazione tra il sindaco écolo (ex socialista) Damien Carême, Médecins sans frontières e altre associazioni, per accogliere entro l’inizio di marzo circa 1800 migranti sui più di 3mila concentrati ormai nella periferia di Dunkerque. Un’altra soluzione provvisoria, ma nel rispetto delle norme dell’Alto commissariato Onu ai rifugiati, mentre in molti, di fronte alle minacce vissute a Calais, adesso cercano rifugio in Belgio, sempre per trovare la strada verso la Gran Bretagna. Il problema si sposta, ma resta lo stesso. L’Europa non trova soluzioni e lascia gonfiare le violenze.

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