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La strage nel cuore di Ankara Bomba contro pullman di militari

Almeno 28 morti vicino al Parlamento. Erdogan: colpiremo i mandanti

Lorenzo Cremonesi, Corriere della Sera • 18/2/2016 • Copertina • 628 Viste

GAZIANTEP (Turchia) Estremisti curdi, oppure jihadisti di Isis? Le opzioni sono aperte per le autorità turche incaricate di investigare il nuovo, gravissimo attentato che ieri in prima serata ha causato almeno 28 morti e 61 feriti nel centro di Ankara. Chi ha organizzato l’attacco voleva colpire duro e provocare il massimo numero di vittime. Le testimonianze dalla capitale parlano di un’autobomba estremamente potente lanciata contro un convoglio composto da vari mezzi militari mentre transitava nel traffico dell’ora di punta vicino al Parlamento e al quartier generale dell’aeronautica. La deflagrazione è avvenuta quando i mezzi erano fermi ad un semaforo. È da ritenere dunque che larga parte delle vittime siano soldati. Vetri infranti, rottami, calcinacci, cadaveri carbonizzati, i lamenti dei feriti e auto in fiamme sono la scena che ha accolto le dozzine di ambulanze accorse subito sul posto. Una densa nuvola di fumo nero ha dominato a lungo sul cuore della città.
Sono momenti difficili per la Turchia nell’era lunga e controversa del presidente padre-padrone Recep Tayyip Erdogan. Il conflitto siriano si riverbera pesante sui fragili equilibri interni. Il radicalismo islamico cresce nella regione: Isis è alle porte. La crisi con la Russia continua a peggiorare, tanto da preoccupare i comandi Nato. Soprattutto, brucia più cruento che mai il braccio di ferro con la minoranza curda concentrata nelle regioni di Sud-est. Dal giugno 2015 Erdogan ha voluto rompere le tregua con il Pkk, il Partito dei Lavoratori curdo autonomista, che lui torna ad accusare di «terrorismo». La scelta del dialogo pacifico quattro anni fa aveva messo fine ad un cruento conflitto costato oltre 40 mila vittime dal 1980. Ma il collasso dei negoziati ha già causato la morte di circa 2 mila curdi e di centinaia di soldati turchi. Intere province sono dominate dal coprifuoco e dalla legge marziale. E la situazione si è incancrenita negli ultimi cinque giorni con lo scontro a colpi di cannonate e mortai tra esercito turco schierato sulla frontiera e curdi siriani, stretti alleati del Pkk. Ankara teme possa nascere un’enclave autonoma curda nelle regioni siriane lungo i mille chilometri di confine, che possa diventare fonte di ispirazione per i «fratelli» turchi. Ad aggiungere benzina sul fuoco e complessità al problema stanno le intricate alleanze locali e internazionali. I curdi siriani nella regione di Aleppo sono infatti ora legati a Mosca, mentre quelli nella zona più orientale, che fa capo alle cittadine di Kobane e Qamishli, restano più vicini a Washington.
Negli ultimi tempi il terrorismo ha colpito senza pietà in Turchia. Erdogan parla apertamente di «emergenza nazionale». «Useremo il nostro diritto di autodifesa in ogni luogo, in ogni tempo, in ogni occasione», ha tuonato in serata. Tra gli attentati più gravi, il 20 luglio dell’anno scorso una bomba aveva causato 22 morti nella cittadina di Suruc. Ma lo choc più forte sono state il 10 ottobre le due deflagrazioni alla stazione ferroviaria della capitale costate 102 morti e 400 feriti. Più di recente, il 12 gennaio un kamikaze ha causato la morte di 12 persone (tra cui 11 turisti tedeschi) nel centro di Istanbul. Ankara fa capire che esercito e polizia privilegiano a pista del terrorismo curdo. Eppure, anche il fondamentalismo islamico resta tra i sospetti. Negli ultimi mesi Isis è rimasto fortemente penalizzato dalla chiusura del confine con la Siria voluta con decisione da Erdogan.
Lorenzo Cremonesi

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