L’Italia incompiuta 868 opere ferme a metà uno spreco da 4 miliardi

L’Italia incompiuta 868 opere ferme a metà uno spreco da 4 miliardi

Strade che non portano in nessun posto e ferrovie lasciate a metà, ponti e dighe affacciate sul vuoto, piscine ricoperte dalle erbacce, ospedali mai completati e utilizzati: colate di cemento inutili, dannose, costose. L’Italia è piena di opere pubbliche incompiute: ufficialmente se ne contano 868 (dati 2014, gli ultimi disponibili), messe in fila una dietro l’altra negli elenchi dell’Anagrafe delle opere, il sistema di monitoraggio creato dal governo nel 2011 con il decreto “SalvaItalia”. L’obiettivo era quello di individuare gli sprechi e cancellarli. Il guaio è che da allora gli sprechi, invece di ridursi, sono aumentati.

Mettendo a confronto gli elenchi dell’Anagrafe con quelli dell’anno precedente, i consumatori del Codacons si sono infatti accorti che la crisi ha generato una «abnorme crescita»: solo nel 2013 le opere bloccate erano 692. Le attuali 868 sono già costate 4 miliardi, 166 euro a famiglia, e per portarle a termine ce ne vorrebbero altri 1,4. «Risorse sottratte alla collettività costretta a finanziare dighe progettate negli anni ‘60 e poi lasciate in stato di abbandono, porti inaugurati e mai utilizzati, strade lasciate a metà, strutture inutilizzate a causa degli elevati costi di gestione» commenta Carlo Rienzi, il presidente della associazione «una giungla di opere incompiute di cui nessuno conosce il destino». La palma d’oro dello spreco va alla Sicilia, con 215 cattedrali nel deserto «certificate»: erano 67 nel 2013 (ma quell’anno non era stato portato a termine nemmeno il calcolo). Tutto il Sud è in forte sofferenza, anche grazie alla corsa ai fondi Ue che ha generato un elenco incontrollato di opere inutili, avviate e poi abbandonate quando i soldi sono finiti.

La mappa dello scandalo, comunque, è trasversale, e fa affondare nel cemento inutile Lombardia e Toscana (35 opere incompiute) quanto Calabria (93) e Abruzzo (40). Meglio delle altre il Lazio, che nell’ultimo anno ne ha portate a termine 28 (passando da 82 a 54). Pur se il Codacons assegna il record della vergogna alla Città dello Sport di Tor Vergata, avviata nel 2005 alle porte di Roma per ospitare i mondiali di nuoto nel 2009 e costata finora 607 milioni. Non se n’ è fatto nulla: oggi di tanto progetto è rimasto lo scheletro della Vela di Calatrava svettante sui campi della periferia. Ma non di soli grandi centri si parla: il titolo di capitale dell’incompiuto spetterebbe a Giarre, cittadina barocca del catanese.

Colpa della crisi, ma anche della burocrazia e della corruzione, spiega Carlo De Albertis, presidente dei costruttori dell’Ance. «La legislazione in materia è poco orientata al risultato – commenta – non c’è attenzione al progetto, si fanno le gare al massimo ribasso lasciando il campo aperto alle varianti incontrollate. La crisi ha peggiorato il quadro: abbiamo perso il 25 per cento delle aziende e quelle sopravvissute hanno fatto i conti con le difficoltà di pagamento delle amministrazioni. Serve una maggiore selezione sia delle stazioni appaltanti che delle imprese». «C’è grande bisogno di trasparenza ammette – spero che il nuovo Codice degli appalti e il ruolo assegnato alla Autorità anticorruzione possano portare buoni risultati ». Il Codice sarà varato in settimana con decreto «ma le regole non bastano- avverte De Albertis – dobbiamo fare un salto culturale ».

 

 



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