Mai dire matrimonio

Mai dire matrimonio

Il maxiemedamento è pronto: non c’è più la stepchild adoption e non c’è neppure l’obbligo di fedeltà, ma la situazione resta immutata per quanto riguarda la possibilità dei giudici di consentire l’adozione del figlio del partner. In compenso è scomparsa la formula che rendeva l’unione civile «equivalente ovunque» al rapporto tra coniugi, il che secondo il presidente della commissione Giustizia D’Ascola, uno dei duri dell’Ncd, significa che la nuova «formazione sociale» sarà equiparata al matrimonio solo dove esplicitamente detto nella legge e non più ovunque nei codici si parli di «coniugi». Un risultato tanto positivo da spingere D’Ascola a cambiare idea e votare la fiducia, mentre Sacconi ha già deciso di non votarla e Formigoni è incerto.

La fiducia dovrebbe arrivare al voto oggi stesso, ma potrebbe slittare a domani e persino a martedì. L’esito è certo, anche se i senatori di Verdini, che potrebbero rivelarsi determinanti ove mancassero alcuni voti dei centristi, alzano il prezzo: qualche segnale di riconoscimento nel suo discorso Renzi deve darlo, non un allargamento ufficiale della maggioranza ma quasi.

La legge sulle unioni civili, «un fatto storico» per Renzi, arriva al traguardo nella maniera meno limpida che si possa immaginare. Per “limare” il testo c’è voluta tutta una giornata di trattative camuffate da dichiarazioni rassicuranti, puntualmente smentite dalla prosecuzione del mercanteggiamento. Che qualcosa non filasse come previsto lo si era capito già dalla riunione dei capigruppo per fissare il calendario dell’aula, in prima mattinata. Governo e maggioranza chiedono di allungare i tempi. Il voto di fiducia sul milleproroghe, previsto per fine mattina, deve slittare fino alle 18, previa provvidenziale sospensione «per consentire i lavori delle commissioni». Ma le commissioni sono sconvocate. Non c’è nessun lavoro. Particolari.

Eppure nella notte i vincitori dell’Ncd davano l’accordo per concluso. Difficile capire cosa li abbia spinti a riaprire i giochi. Forse un tentativo di recuperare i sei senatori che non intendevano accettare la mediazione. Ma forse ha avuto il suo peso anche la discesa in campo del segretario di Stato vaticano Parolin, che ieri ha indirizzato gli esponenti di Ap, spiegando al colto e all’inclita cosa si dovesse ottenere, come se a dirigere la trattativa fosse lui: «Il punto fondamentale è che non si equipari in nessun modo il matrimonio alle unioni civili». Parola del papa, non della Cei: è a Francesco che Parolin risponde. La cancellazione della «equivalenza ovunque» tra uniti e coniugi, che è il modo più rigido di rispondere al dubbio di costituzionalità sollevato da Mattarella, è frutto di tanto sforzo.

I toni però sono vellutati e lo restano tutto il giorno. Se c’è dissenso va mascherato. Se la quadra non è stata trovata bisogna ribadire che è questione di minuti. La ministra Lorenzin non capisce l’antifona: «La stepchild non basta», confessa. A smentirla accorre Alfano: «Non stiamo alzando il prezzo. Renzi non ci ha concesso nulla». Tanta generosità in politica, dove gli sconfitti si attaccano al capello pur di dimostrare che gli è andata di lusso, se la può permettere solo chi si sente vincitore assoluto.

Per il governo sono in campo i ministri Boschi, Orlando e Costa, Ncd, che ha la delega alla famiglia: per il Pd trattano Zanda e Lumia, per i centristi il capogruppo Schifani e D’Ascola. Per i centristi la conquista più ambita sarebbe la fissazione di norme che limitino la discrezionalità dei giudici quando si tratterà di decidere se concedere l’adozione o meno. Ma il governo, dopo aver concesso lo stralcio della stepchild, su questo non può mollare e insiste perché sia chiarito che non cambia nulla.

Sulla equiparazione con il matrimonio viene eliminato l’obbligo di fedeltà. I centristi vorrebbero qualcosa di più concreto: non la cancellazione della reversibilità delle pensioni, che per Renzi sarebbe una rotta inimmaginabile, ma almeno la soppressione dell’obbligo di mantenimento. Ma anche qui il governo tiene duro, tanto che persino il più appassionato difensore della stepchild, Lo Giudice, può essere spedito a tranquillizzare i manifestanti arcobaleno di fronte a palazzo Madama: «Ho il testo. Tranne la stepchild c’è tutto».

Alla fine braccio di ferro si conclude in maniera equa, anche se non è vero che il governo ha dovuto mollare solo le adozioni, che pure erano la principale posta in gioco. Il Pd è consapevole di aver ceduto molto, per questo l’ordine di scuderia è cantare vittoria, minimizzare le concessioni e insistere sull’imminente recupero della stepchild grazie al ddl sulle adozioni, da approvarsi con corsia preferenziale entro la legislatura. Tutto può essere, però nel Parlamento italiano non ce n’è uno che ci creda.



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