El Paso

Ovazione transnazionale per Francesco

Ciudad Juarez/El Paso. La visita al carcere e la “doppia messa” sul confine, tra politica e performing art: «Non fermeranno la nostra fratellanza»

Luca Celada, il manifesto • 19/2/2016 • Copertina, Internazionale • 540 Viste

EL PASO L’ultimo atto del viaggio messicano del papa è stata una messa ma tutta la sua giornata, poco meno di otto ore, passate a Ciudad Juarez è stata una rappresentazione iconografica coreografata per massimo impatto “politico”. La sola decisione di visitare questa città martoriata e “diseredata”- abbandonata a se stessa salvo come sfondo “infernale” di film e serial sui narcos — ha costituito un gesto di umanizzazione simbolica.

La prima tappa di Francesco, il penitenziario Cereso 3, teatro qualche anno fa di un sanguinosa rivolta in cui persero la vita 20 persone, è stata di per sé un riconoscimento della difficile storia della città. E l’arrivo del pontefice nel cortile del penitenziario sul retro di un pickup di grossa cilindrata, l’automezzo tipico del Messico settentrionale, coi detenuti allineati in tute grigie sotto un sole a picco, è stato altrettanto caratteristicamente norteño, grazie anche alle ballate suonate dall’orchestrina dei prigionieri. Dopo l’omaggio all’immancabile effige della Madonna di Guadalupe nella cappella del carcere, Francesco si è intrattenuto con alcuni dei 3000 detenuti e detenute denunciando la «cultura dello scarto» troppo pronta preferire la reclusione punitiva piuttosto che un vero impegno per la riabilitazione e il reinserimento.

Da qui il papa ha raggiunto il collegio de Bachilleres per un incontro con lavoratori e imprenditori e un discorso sul lavoro. In questa città portale di emigrazione e avamposto della globalizzazione, plasmata come tutta la frontiera da flussi di mano d’opera, la critica del papa è entrata nel merito delle dinamiche della capitalismo contemporaneo.

Qui più che essere cortile americano come recitava la dottrina Monroe sui “protettorati” sudamericani, il Messico è il davanzale di casa a portata letteralmente di mano. Un vicino che, malgrado le narrazioni ufficiali, è si partner commerciale ma soprattutto serbatoio di mano d’opera a buon mercato e destinazione per l’export all’ingrosso di lavoro delle corporation verso le maquiladoras. Nonché fornitore di materia prima per l’insaziabile consumo di droga a fronte del reciproco fiume di denaro (e di armi) in senso contrario. Come già aveva fatto alle nazioni unite lo scorso settembre, il papa, ha messo dignità del lavoro e giustizia economica al centro della propria analisi, denunciando lo sfruttamento della forza lavoro attraverso la delocalizzazione. «L’attuale paradigma di utilità economica — ha detto Bergoglio -, la mentalità che privilegia sempre il massimo profitto da perseguire più velocemente possibile, dimentica che il migliore investimento è nelle famiglie e nelle persone».

La chiesa di Francesco perciò rimane attenta alle dinamiche del capitalismo al tempo della globalizzazione. «Mettere le persone al servizio del capitale porta necessariamente allo sfruttamento degli individui considerati usa e getta». È invece necessario ha detto il papa, «lavorare contro un mondo in cui il flusso del denaro prevale sul flusso delle persone» avvertendo anche che «Dio chiederà conto agli schiavisti dei nostri giorni!».

La visita ha blindato sia Juarez che la “gemella” del nord El Paso, Texas. Ieri mentre la città messicana si riempiva di centinaia di migliaia di fedeli, El Paso era deserta. Almeno 10.000 pellegrini infatti hanno attraversato la frontiera per assistere alla messa sulla linea di confine, altri 15.000 l’hanno seguita sul maxischemro del Sun Bowl, lo stadio dell’università di El Paso in una manifestazione battezzata «Due Nazioni, Una Fede».

In questa città tagliata in due da una barriera come una Berlino sul Rio Grande, la “doppia messa” collegata in diretta è stato un preciso calcolo del papa per sottolineare l’assurdità delle divisioni.

Meno di un paio di chilometri separano le due località che pure per molti rimangono su due pianeti diversi. Una distanza siderale e arbitraria che il papa ha voluto cancellare proclamando: «Non potranno fermare la nostra fratellanza», affermazione che ha accomunato i due stadi in una unica ovazione transnazionale. Un simbolismo quasi da performance art e un’azione politica inequivocabile nel pieno delle recrudescenze xenofobe globali.

In questo luogo topico delle divisioni e delle ingiustizie globali, Francesco si è soffermato sugli argini cementificati del fiume per benedire la grande croce che è il memoriale per le vittime (6000 in 15 anni) perite nel tentativo di attraversare il confine, un monumento con l’effige di Giuseppe e Maria, originali clandestini in fuga. E in questa Lesbo delle Americhe, il papa ha ribadito: «La migrazione forzata è una tradgedia globale che si misura in numeri ma che noi vorremo fosse misusurata in persone e in famiglie».

Parole recepite in particolare da quelle famiglie, decine di migliaia ormai, dilaniate dalle deportazioni – più di un milione negli utlimi quattro anni – che spesso rispediscono oltre confine clandestini adulti lasciando nel paese i figli minorenni che sono cittadini americani per nascita.

«Più di cinque milioni di bambini vivono nell’incubo che possa accadere a loro» mi spiega Martha Ugarte, originaria di Oaxaca che a Juarez ha portato una delegazione di Los Angeles sponsorizzata dalla coalizione cattolica per la riforma dell’immigrazione. Fra loro una ventina di bambini dai 3 ai 16 anni “orfani di deportazione”. L’associazione ha già organizzato simili spedizioni, a Roma e a Washington in occasione della visita del papa. «Il Vaticano non ci risponde — dice Ugaarte — ma Francesco ci capisce. È grazie alla sua intercessione che Obama ha infine intrapreso una parziale amnistia».
A El Paso molti ne erano convinti, come José, sulla trentina, che incontro dopo la messa al Sun Bowl. Lui è nato e cresciuto in Texas ma l’aspetto e lo spagnolo che parla con la madre non lo rendono facilmente distinguibile dagli abitanti dell’intreccio di strade e vicoli che si intravede a l’otro lado, oltre la tangenziale. Mi ripete il detto che si sente così spesso lungo il confine storicamente fluido: «Non abbiamo passato noi il confine, la linea ha attraversato noi».

Josè è ancora emozionato dalle parole del papa: «Una occasione così accade una volta nella vita. Per noi conta molto». Poi volge lo sguardo sulla città che continua oltre il confine, i quartieri brulicanti di piccole case e strade sconnesse da cui si levano clacson e latrati lontani e, col fumo di molti fuochi, l’odore del Messico. Sospira e dice «non ha alcun senso. Se nasci di là, la tua vita è segnata. Se sei qualche metro in qua tutto cambia. Noi cerchiamo di aiutare quelli dall’altra parte ma più di tanto non si può fare».

Da ieri ha il senso di avere dalla sua parte il vescovo di Roma.

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