Wasil

Wasil, il bimbo soldato eroe antitalebani Ucciso con due colpi

Per gli estremisti afghani era un «miliziano traditore»

Michele Farina, Corriere della Sera • 4/2/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi, Storie • 861 Viste

 Hanno ucciso Wasil Ahmad sulla porta di casa, mentre andava al mercato. A Tirin Kot, capoluogo della provincia di Oruzgan, terra natale del defunto capo di tutti i talebani, il mullah Omar. Un killer in moto, due proiettili in testa. Ucciso per vendetta, perché era un eroe della polizia, perché era tornato a scuola?
Nella rivendicazione si parla di quel reduce di 10 anni come di un miliziano traditore, un tirapiedi dei governativi. Ma comunque miliziano. Offesa e riconoscimento. Un’aberrazione che nel mondo di Wasil, il mondo dei bambini in armi, appare quasi una medaglia al valore. Il sigillo della condanna fa il paio con le celebrazioni, quelle del piccolo soldato che combatte per la patria. Quando era tornato vivo dall’assedio del distretto di Khas Uruzgan, l’estate scorsa, i capi della polizia l’avevano immortalato in divisa, con ghirlande di plastica al collo. Le immagini diffuse sui social mostrano Wasil con l’elmetto gigante e la divisa immensa, il fucile così grande nelle sue mani da sembrare finto. La tradizione delle armi, il marchio di un Afghanistan antico appena scalfito se non tirato a lucido da quindici anni di missione internazionale, da una guerra a bassa intensità che di alto ha solo il bilancio delle vittime (più di diecimila nel 2015).
Via i soldati stranieri, largo ai bambini soldato. Malgrado le leggi afghane (l’ultima nel febbraio scorso) che espressamente proibiscono l’impiego di minori nelle forze armate. Un rapporto Onu del 2015 ne contava oltre 100 (specie nella polizia). Mentre i talebani continuano a reclutare miliziani in erba: spie, messaggeri, kamikaze. Chi riveste di esplosivo bambine di 5 anni può farsi problemi a uccidere un veterano di 10, capace di sparare razzi da un fortino assediato?
È stato Abdul Samad a raccontare al New York Times le gesta eroiche del nipote-martire, che dopo il ferimento dello zio avrebbe addirittura preso il comando del gruppo, guidando per 44 giorni il drappello degli agenti asserragliati nella «qala» (la casa-fortino). Lo zio Samad, ex capo talebano che quattro anni fa è passato con i governativi. Nominato capo della polizia nel distretto settentrionale di Khas, con una forte presenza talebana e un incerto equilibrio etnico tra pashtun e hazara. Un rapporto dell’autorevole «Ann» (Afghanistan Analysts Network) ha raccontato nei dettagli quei mesi di violenze. Sottolineando che gli agenti guidati da Samad e dal fratello Wali, il padre di Wasil, avrebbero commesso violenze ai danni di una parte della popolazione accusata di appoggiare i talebani. Dal taglio della barba tra gli anziani (grave offesa) agli atti di disonore ( bi namusi , espressione che comprende gli abusi sessuali). Una macchia che, secondo «Ann», avrebbe riguardato proprio il padre del bambino-soldato.
Ad agosto, l’assedio finale. Muore il papà di Wasil. I talebani scavano un tunnel sotto le mura. Solo l’intervento aereo delle forze speciali afghane salva i sopravvissuti (una ventina), tra cui lo zio ferito, le due mogli e diversi nipoti. La guerra ai talebani come affare di famiglia. Per Wasil è un ritorno da eroe: le foto, le ghirlande. La ripresa degli studi. In quarta elementare. Un ulteriore affronto per i talebani, che ogni anno attaccano centinaia di scuole? Un bambino-soldato che ridiventa un bambino-scolaro. Non che gli piacesse granché, ma Wasil ci stava provando a tornare bambino-bambino. Dicono fosse bravo in inglese, la lingua di quelli che se ne sono andati.
Michele Farina

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