Facebook, arrestato un top manager

Facebook, arrestato un top manager

NEW YORK Un giudice a Brooklyn, le audizioni al Congresso, un arresto in Brasile. Nel giorno in cui l’America ha occhi solo per il Super Tuesday la controversa vicenda Apple-Fbi (o meglio governo Usa) fa segnare un primo round a favore dell’azienda di Cupertino ma allarga il contenzioso al Sudamerica e coinvolge anche Facebook/ WhatsApp.

Mentre il direttore dell’Fbi e il capo dell’ufficio legale Apple si stavano preparando ad esporre le loro ragioni a Capitol Hill, dal Brasile arrivava una clamorosa notizia destinata ad aumentare la tensione tra le aziende della Silicon Valley e le forze dell’ordine di diversi paesi: la polizia ha arrestato il vice presidente di Facebook per l’America Latina, Diego Jorge Dzodan. Motivo? La società di Mark Zuckerberg si è rifiutata di dare alla magistratura l’accesso a dati di WhatsApp (la cui proprietà è di Facebook) ritenuti rilevanti per un’inchiesta sul traffico di stupefacenti. Nei dati che un giudice dello Stato di Sergipe vuole avere da Facebook ci sarebbero una serie di messaggi scambiati da narcotrafficanti. Già lo scorso 16 dicembre l’applicazione era stata bloccata per 48 ore in tutto il Brasile dopo che Facebook si era rifiutata di fornire alla magistratura i dati di alcuni individui considerati coinvolti in un cartello criminale. Dopo le proteste di milioni di utenti il blocco era stato annullato da un altro tribunale.

Nel braccio di ferro tra Tim Cook e la Casa Bianca di Obama, il giudice federale James Orenstein prende una posizione netta a favore della Apple. Il caso portato di fronte al tribunale di Brooklyn era diverso da quello di San Bernardino, niente terrorismo, ma un più semplice affare di droga. La risposta di Orenstein è stata semplice: non potete chiedere alla Apple di sbloccare l’iPhone. La motivazione? Il governo Usa non può usare una legge vecchia di 227 anni (All Writs Act risale all’anno della rivoluzione francese) per costringere l’azienda di Cupertino a sbloccare l’iPhone.

La decisione presa dal tribunale federale di Brooklyn è opposta a quella di un giudice della California, che aveva invece ordinato alla Apple di creare “un software ad hoc” per accedere ai dati bloccati dello smartphone di uno dei due autori della strage di San Bernardino. Il caso è inevitabilmente destinato a finire davanti alla Corte Suprema, che a sua volta è però “bloccata” dopo la morte del conservatore Antonin Scalia.

Ieri pomeriggio la vicenda si è spostata — per la prima volta ufficialmente — nelle stanze del potere di Washington. Davanti alla commissione Giustizia della Camera il direttore dell’ Fbi James Comey e il capo dell’ufficio legale di Apple Bruce Sewell sono stati chiamati a testimoniare e a dare la propria versione dei fatti. Al Congresso Sewell ha posto tre domande fondamentali: si deve limitare la tecnologia che protegge i nostri dati dai cyber-attacchi? L’Fbi può impedire a Apple di offrire ai cittadini americani prodotti più sicuri? Che diritto ha il Bureau di chiedere a una società un dispositivo secondo regole specifiche? Se gli smartphone non si possono sbloccare «abbiamo un grande problema», la replica di Comey. «Non dovremmo lasciare che una sola società decida per tutti sulla questione della decrittazione», ha invece detto il segretario alla giustizia Loretta Lynch.

 



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