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Mutui, mezzo dietrofront del governo

Parziale retromarcia di Renzi & c. di fronte alle proteste sul Testo unico bancario. Salgono a 18 le rate di mutuo non pagate per pignorare e mettere all’asta le case

Riccardo Chiari, il manifesto • 4/3/2016 • Copertina, Diritti consumatori & utenti, Lavoro, economia & finanza • 540 Viste

Ma i dem (e il governo), che parlano di “equivoco”, confermano lo stop alla procedura giudiziaria. Mentre sempre più spesso, dalle sezioni fallimentari dei tribunali alle procure, c’è un gran viavai di documenti bollenti.

Mentre le proteste si intensificavano con una progressione degna della scala Richter, è arrivato il mezzo dietrofront del governo sulle modifiche al Testo unico bancario. Modifiche che avrebbero consentito agli istituti di credito di entrare in possesso della casa del cliente, nel caso in cui il mutuatario saltasse il pagamento di sole sette rate. Il dietrofront è solo parziale, perché il nuovo parere delle commissioni finanze di Camera e Senato al recepimento della direttiva europea sul credito, redatto dal Pd e sul quale c’è l’ok di Renzi & c., prevede che la casa possa essere pignorata e poi venduta dalla banca dopo 18 rate del mutuo non pagate. E che la valutazione sia fatta da un perito del tribunale, affiancato da un consulente del mutuatario.
La figuraccia resta colossale. L’inquilino di Palazzo Chigi non voleva dispiacere ai banchieri, che con Antonio Patuelli dell’Abi avevano benedetto il provvedimento, e alla stessa Bankitalia, che temendo di dover affrontare in questo 2016 nuove crisi degli istituti di credito, avevano promosso la nuova legge che avrebbe dato ossigeno ai bilanci. Togliendolo però ai clienti mutuatari.
“Una norma indegna — aveva riassunto in mattinata Rosario Trefiletti di Federconsumatori — faremo di tutto perché questo scempio non passi”. Mentre Confconsumatori con Antonio Pinto continuava a martellare: “Seguiremo la via istituzionale per chiedere di stralciarla, e se poi la legge sarà approvata chiederemo un referendum abrogativo”. Incandescente anche il fronte politico: tutti sulle barricate, con presidi davanti al Mef dei Cinque stelle e di Fratelli d’Italia davanti a Montecitorio. E con Sel e Rifondazione per questa volta unite nella lotta: “Il governo Renzi cerca invariabilmente di dare una mano alle banche, a scapito delle persone più deboli”. Che sono tante, dopo otto anni di crisi.
“E se questi non se lo dimenticano e tornano a votare?” Il preoccupante interrogativo si deve essere affacciato nel testone dell’uomo che tanto vuole piacere alla gente che piace. Un Renzi cui è toccato anche subire le critiche degli stessi lavoratori del credito, sintetizzate da Agostino Megale della Fisac Cgil: “La ratio dovrebbe esser quella di snellire le procedure in caso di inadempimento del pagatore. A nostro avviso sarebbe sano ridurre i tempi delle procedure. Non superarle. E a chi dice che questo sia uno dei fulcri del problema della crescita delle sofferenze bancarie, rispondo che solo il 7,4% delle sofferenze è riconducibile a mutui. Il resto è generato da imprese. Spesso grandi imprese”.
Stretti fra l’uscio e il muro, alla fine governo e Pd hanno fatto una piccola correzione in corsa. Gridando naturalmente all’equivoco, e puntando l’indice sulle “strumentalizzazioni” degli avversari politici. “La direttiva è a tutela dei cittadini – hanno cercato di spiegare Ettore Rosato, il relatore Giovanni Sanga e Michele Pelillo – e le modifiche erano già pronte ieri, si poteva fare un dibattito parlamentare in tutta serenità”. Insomma tutta colpa dei Cinque stelle. I quali, peraltro, sono stati esemplarmente puniti con la sospensione da Montecitorio, dai tre ai sei giorni. Puniti anche per l’esposizione di cartelli in aula, infrazione che non aveva mai dato vita a squalifiche. Ma questa volta c’era la diretta Rai. E allora giù bastonate.
Commovente il tentativo di Pelillo, a sette lunghi giorni dall’esplosione del caso, di parlare ancora di equivoco: “Le sette rate? Un equivoco, riguarda un comma del Testo unico bancario sul ritardato pagamento, non sul mancato pagamento. Non riguardano questo decreto”. Decreto che ora avrà una clausola di inadempimento sui 18 mesi. E che “sarà facoltativa e non applicabile ai contratti in essere”. Sul punto però i dem hanno glissato sul diverso peso specifico fra chi ha bisogno di soldi per la casa, e chi può decidere se darli o meno. Ancora: in caso di morosità di almeno 18 mesi, la casa può essere messa in vendita solo con il via libera del mutuatario. E la banca può trattenere non più di quanto ancora dovuto. Infine, in linea teorica, il trasferimento della casa alla banca comporterà l’estinzione del debito anche se il valore sarà inferiore al debito. E la non retroattività riguarda anche i mutui oggetto di surroga.
“Su tutta la procedura – assicura il Pd (e il governo) — vigilerà Bankitalia”. Resta però il “dettaglio” di non dover più ricorrere alla procedura giudiziaria. Insomma di non dover più fare i conti con le lentezze insopportabili della magistratura: questo proverà a dire l’inquilino di Palazzo Chigi. Tralasciando il particolare che, sempre più spesso, dalle sezioni fallimentari dei tribunali alle procure, c’è un gran viavai di documenti bollenti.

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