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Così Isis avanza in Nord Africa

 Le province libiche del Califfato sono diventate una calamita per tutti i jihadisti dei Paesi vicini dopo il declino di Al Qaeda

Francesco Battistini, Corriere della Sera • 5/3/2016 • Copertina, Guerre, Armi & Terrorismi • 2350 Viste

Ma quante divisioni ha il Califfo? In Libia, le cifre sono come le pallottole: tutti a spararne, pochi a mirare. Qualche settimana fa i capi dell’antiterrorismo di trenta Paesi africani si sono trovati sotto un gigantesco baobab di Dakar, quasi una citazione dell’Albero di Maometto dove ogni adepto dell’Isis giura la sua fedeltà ad al-Baghdadi, e hanno confrontato i loro dati. Nessuno tornava. L’Onu dice che combattono non più di 2-3 mila uomini. Gli Usa ne calcolano cinquemila. I francesi parlano d’almeno 10 mila volontari. E in mezzo ci sono i servizi inglesi che ne registrano 6.500, le milizie di Misurata che ne hanno visti tremila solo a Sirte (il 70 per cento stranieri, al primo posto i tunisini e poi i marocchini), l’intelligence algerina che segnala un flusso costante (mille al mese) dal Niger, dal Ciad, dal Mali, dalla Mauritania, perfino trenta dal (finora immune) Senegal. Di certo c’è che «la Libia — ha avvertito John O. Brennan, direttore della Cia — è diventata una calamita per ogni lupo solitario non solo libico, ma di tutta l’Africa e oltre». E che «affrontare questa minaccia globale ragionando solo nei confini libici non basta più», ha aggiunto il capo degli 007 senegalesi, il colonnello Guirane Ndiaye: «Altrimenti l’espansione dell’Isis sarà inarrestabile».
Sarebbe già tanto ripulire la Libia. Più il Califfato si comprime in Siria e in Iraq, fiaccato dai combattimenti, più si rafforza nella sua roccaforte di Sirte, nella sua rete di cellule a Bengasi e a ovest, nella sua presenza per ora simbolica a Tripoli, fra i suoi 200 elementi sparsi nel sud del Fezzan. Si ripete spesso che l’Islam libico è sempre stato moderato, fatto al 98 per cento di sunniti malikiti che rifuggono lo scontro globale con gli sciiti. E da dove arriva tutto questo radicalismo? A Derna, dove l’Isis comparve la prima volta nel 2014, qualche embrione di jihadismo era spuntato già negli anni 90. All’epoca provvide Gheddafi, con una repressione durissima: chi scampò, riparò sotto il mantello di Bin Laden. All’estero, lontano. Molto tempo dopo, i primi a tornare in circolazione furono gl’islamisti radicali che proprio il figlio del Colonnello, Saif, cercò d’avvicinare quando sognava d’ereditare il potere del padre. La rivoluzione 2011 ne fermò le strategie e fece il resto: molti estremisti della diaspora sono rientrati, spesso coi soldi dei servizi occidentali, altri hanno formato brigate che han generato Al Qaeda prima, l’Isis dopo.
Una domanda resta: se nel settembre 2014 c’erano al massimo mille combattenti dell’Isis, in Libia, come hanno fatto in un anno e mezzo a moltiplicarsi per tre o addirittura per dieci? Sfruttando i depositi d’armi ancora disponibili, rispondono gli esperti. E poi propagandando le conquiste di Raqqa e di Mosul, simbolico successo che ha attratto i delusi di movimenti jihadisti come Ansar al-Sharia. E poi accogliendo 5-6 mila combattenti e nuovi capi militari in ritirata dal Medio Oriente, come lo yemenita Abul Baraa al-Azad che si proclamò primo emiro di Derna. E soprattutto vedendo che il Maghreb, coi suoi confini porosi, offre margini d’espansione ormai impossibili nello Sham, il Levante che circonda Siria e Iraq.
Un alleato però ha aiutato più di tutti l’espansione d’Isis: la presunzione del nemico. La marcia su Sirte, facilitata da ex uomini di Gheddafi, non ha avuto resistenza: le milizie temevano troppo d’indebolirsi, impegnandosi in uno scontro coi neocaliffi, ed è stato facile per lo Stato Islamico sfruttare l’odio di molti abitanti verso i miliziani di Misurata, considerati occupanti. Anche la presa delle città vicine, gli attacchi al gas di Ras Lanuf e alla mezzaluna petrolifera, le «decapitazioni esemplari» dei cristiani, il reclutamento dei foreign fighter , tutto questo è stato possibile con poche centinaia di jihadisti e grazie a troppi occhi chiusi. Espansionista e opportunista, l’Isis in Libia ha capito che la negletta Sirte — la città natale del deposto Gheddafi, abbandonata dalle milizie: quel che la Tikrit irachena fu nel dopo Saddam — poteva diventare il trampolino di lancio verso il Mediterraneo e il Nord Africa. Meglio del Sinai, troppo controllato da egiziani e israeliani. Meglio della Tunisia o dell’Algeria, troppo evolute. «Sfinite i vostri nemici e svuotateli», fu la raccomandazione d’un predicatore bahreinita mandato dal Califfo, in una moschea di Sirte. Il lavoro è appena cominciato.
Francesco Battistini
(ha collaborato Farid Adly)

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