polizia ungherese

Ungheria anti-migranti: «Stato d’emergenza»

Rotta balcanica. Il governo Orbán schiera polizia e militari alle frontiere, invoca poteri speciali e annuncia un referendum contro le quote europee di accoglienza

Massimo Congiu, il manifesto • 10/3/2016 • Copertina, Diritti umani & Discriminazioni, Europa, Immigrati & Rifugiati • 1048 Viste

BUDAPEST Il governo ungherese ha dichiarato lo stato di emergenza in tutto il paese in relazione alla crisi migranti. La decisione, ha precisato il ministro degli Interni Sándor Pintér, si è resa necessaria in seguito alle misure straordinarie introdotte da diversi paesi della rotta balcanica – Slovenia, Croazia e Serbia – che hanno chiuso i loro confini ai migranti, nella notte tra martedì e mercoledì, bloccando l’ingresso a chiunque sia sprovvisto di passaporto e visto validi. L’esecutivo di Budapest sottolinea di sentirsi toccato direttamente da queste misure, «non sappiamo di preciso quali potranno essere le reazioni dei migranti presenti nei paesi interessati di fronte all’introduzione di queste regole», ha dichiarato Pintér. Per questo motivo le autorità ungheresi hanno deciso di rinforzare i controlli alle frontiere e di ricorrere allo stato di emergenza. Più precisamente il governo prevede di aumentare il numero di agenti di polizia e di militari a guardia dei confini, di costruire una via di transito agevolata perché all’occorrenza le forze dell’ordine possano raggiungere le frontiere interessate nel più breve tempo possibile, di illuminare a giorno i punti di confine per facilitare le operazioni di pattugliamento e controllo.

In precedenza, il primo ministro Viktor Orbán aveva dichiarato alla radio pubblica di temere la minaccia del terrorismo legata al fenomeno dell’immigrazione, invocando misure drastiche in presenza di informazioni su possibili attentati. Tra esse il coprifuoco, il divieto di trasmissioni radiotelevisive, l’oscuramento di Internet, il ricorso a perquisizioni domiciliari anche senza mandato e l’arresto dei sospetti in nome della sicurezza nazionale.

Il Fidesz, il partito del premier, aveva già presentato in parlamento la proposta di legge per attribuire poteri eccezionali al governo, progetto osteggiato dall’opposizione di centro-sinistra. Così Orbán, privo ormai della maggioranza parlamentare di due terzi, ha dichiarato il mese scorso di voler indire un referendum popolare per superare gli ostacoli posti dai partiti dell’opposizione.

Più di recente, un Orbán in vena di referendum ha annunciato un’altra consultazione nazionale sul sistema delle quote obbligatorie di accoglienza che il governo di Budapest respinge fermamente. «Condivide il fatto che, senza l’autorizzazione del Parlamento nazionale, l’Unione europea obblighi l’Ungheria ad accettare ricollocamenti di cittadini stranieri sul suo territorio?» è la domanda che le autorità ungheresi intendono rivolgere ai loro connazionali nell’ambito di un referendum voluto sostanzialmente per mostrare l’ostilità della popolazione verso il meccanismo delle quote. A questo proposito è già stata presentata la domanda all’Ufficio Elettorale Nazionale e da tempo il partito di governo è impegnato in una raccolta di firme. Ce ne vogliono in tutto 200mila. «Gli attivisti del Fidesz riusciranno senz’altro a raccoglierle» dicono diversi osservatori che aggiungono di prevedere una maggioranza di no ai ricollocamenti nel caso si andasse effettivamente al voto. Orbán fa notare che quello delle quote obbligatorie è un aspetto che tocca direttamente la popolazione ungherese e non lo si può imporre contro la volontà di quest’ultima, perciò bisogna dar luogo ad una consultazione nazionale.

I costituzionalisti e gli esperti di diritto internazionale obiettano dicendo che la Legge Fondamentale ossia la Costituzione voluta dal governo del Fidesz ed entrata in vigore il primo gennaio del 2012, vieta in effetti i referendum sugli accordi e gli obblighi internazionali, quindi la proposta potrebbe essere contrastata dalla Corte Costituzionale. «In ogni caso – affermano gli esperti – il risultato del voto non avrebbe valore vincolante nei confronti degli organi dell’Ue», cioè non potrebbe in alcun modo influenzare le decisioni di questi ultimi. Quello del referendum è stato definito «un bluff» dal quotidiano di opposizione Népszabadság; appare chiaro che il capo del governo intende mostrare all’Unione che non è solo l’esecutivo di Budapest a respingere la politica delle quote, ma gli stessi ungheresi che, secondo Orbán, sono dalla sua parte e lo sostengono in questa lotta per la salvezza del paese e dell’intera Europa.

All’interno del Gruppo di Visegrád (V4) l’Ungheria di Orbán occupa una posizione di punta nella critica alle politiche Ue sul fronte migranti e insieme alla Slovacchia di Robert Fico esprime una protesta particolarmente feroce verso Bruxelles e il suo modo di gestire questa emergenza. Per il primo ministro ungherese e per i suoi più diretti collaboratori l’unica soluzione è la difesa dei confini, e i veri responsabili di questa crisi sono i dirigenti dell’Unione europea colpevoli di «non fermare il flusso migratorio»: «Non vogliamo importare terrorismo, criminalità, omofobia e antisemitismo» ha di recente affermato Orbán sentendo di interpretare il sentimento della stragrande maggioranza degli ungheresi in questa crisi.

Il primo ministro ungherese ha fatto queste dichiarazioni in un periodo caratterizzato da proteste accorate da parte dei settori più progressisti della società civile che sono scesi in piazza diverse volte per manifestare contro la politica del governo, soprattutto nei settori dell’istruzione e della sanità.

A febbraio gli insegnanti e i loro sindacati sono stati in prima linea nella contestazione che ha coinvolto tutto il paese con manifestazioni pubbliche definite da fonti locali tra le maggiori mai organizzate contro questo governo. Gli insegnanti e gli studenti criticano il sistema fortemente centralizzato dell’istruzione pubblica concentrato nelle mani del governo. Quest’ultimo controlla i programmi, la scelta dei libri e secondo la lettera scritta da un insegnante di Told, piccolo centro abitato con una nutrita popolazione rom, «il sistema scolastico ungherese crea sfiducia e incertezza e uccide la creatività». Per István Pukli, preside di un liceo di Budapest e, per diversi suoi colleghi, «il sistema voluto dal governo lascia poco spazio alla creatività del corpo docente e lo obbliga a pesanti obblighi amministrativi». A queste affermazioni si aggiunge quella di László Mendrey, presidente del Sindacato democratico degli insegnanti, secondo il quale l’esecutivo «ha fatto tornare indietro di cento anni la scuola ungherese». Le manifestazioni per la scuola sono state appoggiate da altre categorie lavorative a dimostrazione del fatto che nella società ungherese c’è un malcontento diffuso. Il problema è riuscire a concepire una rappresentanza politica ben definita che, a differenza dell’opposizione attuale, sia capace di proporre un progetto diverso da quello governativo, creare consenso e fare davvero breccia nella roccaforte costruita da Viktor Orbán.

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