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Sigari, rum e cene romane: i segreti del viaggio a Cuba

Il negoziato tra l’Avana e Washington raccontato da uno dei protagonisti

Massimo Gaggi, Corriere della Sera • 19/3/2016 • Copertina, Internazionale • 806 Viste

NEW YORK «Ho dovuto rinunciare agli ottimi sigari cubani e all’Havana Club, il rum che i negoziatori di Castro ci regalavano durante le trattative segrete a Ottawa, in Canada. Vietato portarli negli Stati Uniti. Ma in compenso qualche mese dopo a Roma mi sono goduto il piatto di pasta migliore della mia vita: era settembre di due anni fa e insieme a Ricardo Zuniga, l’altro inviato della Casa Bianca, eravamo appena usciti a piedi dal Vaticano. Camminavamo ma ci sembrava di volare: avevamo appena concluso un anno e mezzo di duro lavoro nell’ombra presentando allo Stato pontificio, noi a fianco dei cubani, le proposte finali emerse dal negoziato. Ora era tutto nelle loro mani: il nostro lavoro finito e la svolta storica dietro l’angolo. Attraversammo un ponte, davanti a noi i vicoli della capitale. Entrammo in una trattoria romana: la cena italiana migliore della mia vita».

Il vicecapo del Consiglio per la Sicurezza Nazionale Ben Rhodes, il braccio destro di Obama per la politica estera, oggi che il presidente sta per partire per la sua storica visita a Cuba, la prima di un leader Usa da 90 anni a questa parte, sottolinea in un briefing soprattutto il suo valore politico di «nuovo inizio» delle relazioni tra i due Paesi dopo una lunghissima frattura: «Abbiamo avviato il processo di normalizzazione e vogliamo renderlo irreversibile. Per far questo stiamo riallacciando le relazioni economiche e ogni tipo di collegamenti. Ben presto ci saranno 110 voli giornalieri diretti tra Stati Uniti e Cuba».

Ma per capire come è stato possibile ricostruire un dialogo spezzato oltre mezzo secolo fa dopo la rivoluzione castrista, come superare ostilità e rancori immensi, bisogna tornare alle conversazioni di Rhodes col Corriere di qualche mese fa, con la ricostruzione del negoziato segreto e del ruolo centrale che in esso ha avuto la mediazione del Papa e del cardinale dell’Avana.

E infatti la visita di Obama e dei suoi familiari comincerà domani proprio dal’Avana Vecchia e dalla sua cattedrale dove Barack, Michelle, Sasha e Malia saranno accolti dal cardinale Jaime Ortega, uno dei grandi protagonisti occulti di questo storico riavvicinamento. Solo il giorno dopo, lunedì, il presidente vedrà Raul Castro e inizierà i suoi incontri ufficiali.

Se oggi Cuba esce dal suo isolamento nonostante l’embargo ancora tenuto parzialmente in piedi dal Congresso Usa e se i due Paesi si mettono finalmente alle spalle un passato di infiltrazioni spionistiche incrociate, la crisi dei missili sovietici e la tentata invasione della Baia dei Porci, ciò dipende, oltre che dalla maggior apertura del regime castrista, da due scelte di Obama. In primo luogo un cambio di rotta nella politica estera col passaggio non solo dall’unipolarismo al multipolarismo, ma anche dalla dottrina dell’«eccezionalismo americano» — il Paese «infallibile» scelto da Dio e dalla Storia per diffondere i valori di libertà e democrazia nel mondo — ad una visione meno ideologica e più realistica: quella di un’America essenziale per la difesa della democrazia ma che può sbagliare, come chiunque altro. E che con Cuba ha adottato una strategia, quella dell’embargo, che non ha funzionato: Obama lo ha ammesso più volte.

Questa minore rigidità ha aperto le porte a un dialogo che però restava assai problematico: fortissime le resistenze dei molti si opponevano a qualunque apertura. Per questo Obama ha deciso di ricorrere a negoziati segreti condotti soprattutto da uomini della Casa Bianca, senza coinvolgere, salvo casi limitati, la macchina diplomatica del Dipartimento di Stato.

Così per un anno e mezzo Rhodes e Zuniga hanno fatto la spola col Canada dove le due delegazioni si incontravano al riparo da occhi indiscreti. Mesi per conoscersi, creare rapporti di fiducia reciproca. Poi i progressi e le battute d’arresto, le crisi legate ai prigionieri politici che i due Stati si sarebbero dovuti scambiare. La disperazione di Alan Gross, il contractor Usa imprigionato a Cuba che minacciava il suicidio. La curiosa richiesta di Washington di nascondere il «pancione» di Adriana Perez, moglie di uno dei «Los Cinco», i 5 cubani detenuti negli Usa, dopo l’autorizzazione a tentare segretamente un’inseminazione artificiale a Panama. Sempre per evitare incendi di polemiche. Infine la liberazione, l’apertura dell’ambasciata Usa, la normalizzazione. Con la lontanissima Cuba che torna a essere un’isola a 90 miglia dalle coste Usa.

Massimo Gaggi

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