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La promessa di Obama “È un giorno nuovo per Cuba e Stati Uniti E l’embargo finirà”

L’incontro con il leader comunista e il braccio di ferro sui diritti umani: “Continueremo a dirvi quello che pensiamo”. Secca risposta di Raul Castro: “Qui non ci sono prigionieri politici”

FEDERICO RAMPINI, la Repubblica • 22/3/2016 • Copertina, Internazionale • 782 Viste

L’AVANA «Per mezzo secolo la vista di un presidente americano qui sarebbe stata impensabile». Barack Obama sa di scrivere la storia, proclama «l’inizio di un giorno nuovo, che tanti hanno desiderato qui a Cuba e anche in America». Il presidente sente la solennità del momento, è «commosso dall’accoglienza ricevuta all’arrivo, e durante la visita alla cattedrale», dove una folla di cubani lo ha salutato inneggiando «U-S-A! U-S-A!» Ma se gran parte della popolazione cubana aspettava questa storica visita come l’inizio di una svolta, la promessa di una vita migliore, chi comanda all’Avana fa di tutto perché questo disgelo non sia interpretato come una sottomissione, una resa alla superpotenza Usa che fu il nemico ideologico numero uno.

È cauto e spigoloso l’incontro di Obama con il suo omologo Raúl Castro, al Palacio de la Revoluciòn. L’anziano rivoluzionario, fratello di Fidel, osserva il giovane presidente americano (per età potrebbe essere suo figlio) con rispetto e attenzione, ma alla conferenza stampa non gli fa sconti. Castro incalza Obama sulla rimozione dell’embargo, che dipende dal Congresso di Washington: «Finché non viene cancellato tutto il Bloquéo, le misure che Lei ha preso finora sono positive ma insufficienti. L’embargo resta il più grave ostacolo allo sviluppo del popolo cubano». Accenna ai «territori illegalmente occupati che vanno restituiti» (Guantanamo). Rivendica la storia della rivoluzione: «Nessuno ci chieda di rinunciare alla sovranità conquistata al prezzo di duri sacrifici». Raúl anticipa le critiche sui diritti umani, e lancia la controffensiva: «Anche noi ci crediamo. Garantiamo il diritto alla salute, a cure mediche gratuite per tutti, l’accesso all’istruzione gratis, la parità di salario fra uomini e donne. In fatto di diritti umani, Cuba ha molto da dire e molto da insegnare ». Chiude il discorso esortando gli Stati Uniti ad accettare «una civile coesistenza nel rispetto delle differenze: se qualcosa cambierà a Cuba, questo lo deciderà il nostro governo ». Alleggerisce il suo finale ricordando la celebre impresa sportiva di una nuotatrice americana, specialista nelle lunghe traversate, che fece ben tre tentativi di raggiungere Cuba a nuoto dalla Florida senza gabbia protettrice anti-squali. «Dobbiamo avere la stessa tenacia».

Obama non sembra sorpreso dalla combattività del padrone di casa. Lui e Raúl si conoscono e si studiano da qualche anno, fu a un vertice panamericano a Panama nel 2014 che sbocciò la sorpresa improvvisa, il loro annuncio del dialogo per ristabilire le relazioni diplomatiche. In due anni ha avuto modo di prendere le misure della leadership castrista, i limiti di quello che vuole concedere. Obama alleggerisce l’atmosfera della conferenza stampa con un richiamo all’imminente concerto dei Rolling Stones e alla partita di baseball tra la nazionale cubana e la squadra di Tampa. A conferma che la sua missione non è una fuga in avanti, cita i 40 parlamentari che lo accompagnano, democratici e repubblicani, nonché la folta delegazione di imprenditori, «molti cubani-americani ». Promette di essere un po’ meno lungo dei leggendari discorsi di Fidel ma si lancia a sua volta in una puntigliosa risposta sui diritti umani. «Continueremo a dirvi quel che pensiamo sui diritti umani, la libertà di parola. Incontrerò qui dei rappresentanti della società civile (dissidenti inclusi, ndr). Siete altrettanto liberi di criticare noi, sulle ingiustizie sociali o sul razzismo abbiamo tutti qualcosa da imparare. Noi crediamo che certi valori come la libertà di espressione siano universali. E poiché volete che il Congresso tolga l’embargo, sia chiaro che la questione dei diritti umani può essere un elemento irritante, che ritarda la rimozione delle sanzioni. Ma alla fine l’embargo finirà».

L’atmosfera si scalda e sfiora l’incidente quando alla conferenza stampa — voluta dalla delegazione Usa — un’anchorwoman americana, la veterana Andrea Mitchell di Nbc chiede a Castro perché non libera i prigionieri politici. Lui si spazientisce: «Non esistono prigionieri politici. Se ne conoscete qualcuno, portatemi nomi e cognomi, li liberiamo subito».

Ma il vertice prosegue su terreni più prosaici: gli investimenti, la circolazione del dollaro, la diffusione di Internet. Obama e Castro si spostano ad un forum di imprenditori dove nella delegazione Usa spiccano Airbnb, la piattaforma che vuole dominare il nuovo business turistico degli affitta-camere; e Google che ottiene il permesso di portare qui la banda larga. Milioni di cubani delle nuove generazioni già si sono americanizzati visitando i parenti in Florida e guardando le serie televisive made in Usa grazie alle antenne satellitari. Ora il cambiamento che hanno a lungo sognato, accelera il passo all’improvviso.

 

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